Absolute Darkness – Concerto nel buio – 1 Dicembre @ Karanlık İşler

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Appena mi hanno proposto di partecipare a questo concerto sono stata entusiasta ed ho accettato subito, per il luogo interessante, per la meravigliosa compagni di ottimi musicisti e per l’idea in sé. Via via che si avvicina la data sto cominciando a realizzare di cosa si tratta e che suoneremo completamente al buio per almeno un’ora e mezza. Niente contatto visivo, niente possibilità di “barare”, niente comunicazione gestuale: buio e basta. Strano no?                                                   Sono in preparazione melodie tradizionali italiane e turche oltre che una parte di musica improvvisata.                                                                                                                                                      Se siete da queste parti non mancate questa esperienza sensoriale molto particolare.

Di seguito “rubo” il post di Korhan che ha scritto sull’evento. Saremo al Karanlık İşler, nel quartiere storico di Tunel, vicino alla Torre di Galata.

S. Ağıryürüyen, E. Lanfredini, U. Vural, K. Erel at Karanlık İşler, Dec 1

Have you ever performed in pitch darkness? I have not. Sumru Ağıryürüyen, singer and improviser extraordinarie, had the idea of us improvising and singing in total darkness to an audience at Karanlık İşler (Dark Dealings in English). We asked and they said yes. So, on December 1, 2013, Sumru, me, singer/actress/improviser Elisabetta Lanfredini and cellist/improviser Uygur Vural will play a concert of freely improvised music as well as songs from Turkey and Italy, ranging from an abstract instant of free improv to a lullaby from Italy followed by a song from the Aegean.

Come and “hear” us!

Sumru Ağıryürüyen: voice
Korhan Erel: computer, melodica
Elisabetta Lanfredini: voice
Uygur Vural: cello

Karanlık İşler is in the historic quarter of Galata in Istanbul. The concert will start at 8.00pm. Tickets are available at the door and cost 40TL, including a glass of wine.

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Türk Kahvesi, sempre più in profondità – Istanbul cap.6

Gli I’ching qui non vanno di moda, come tutte le cose orientali. Ho visto un solo corso di yoga qua intorno e mai sento parlare di shiatsu o arti marziali, per mio sommo dispiacere. Non si vedono al parco tigri che si lavano la faccia, nè code di drago nè scimmie che porgono la frutta o che guardano la luna dalla finestra,  non c’è  neanche nessuno che sposta montagne e così anche a me tocca trattenermi dal praticare al parco come facevo in Italia e a Bologna con la mia Kung-fu-famiglia.

Oggi però dopo il mio insolito caffè turco è successo qualcosa di veramente magico: la cameriera che bada all’anziana nonna di una persona che conosco, mi si è avvicinata e mi ha chiesto se desiderassi che mi leggesse il fondo del caffè. Ho detto immediatamente sì e così ha delicatamente rovesciato il fondo del mio caffè sul piattino e se n’è andata dicendo che adesso dovevamo aspettare.
Lei non sa, a parte gli esiti positivo del mio caffè, che stavo vivendo un’esperienza talmente dentro alle cose che sto cercando che era addirittura al di sopra delle mie ricerche.
Ha perlustrato e narrato della mia tazzina per una buona mezz’ora e ogni tanto toccava il fondo con il pollice e tracciata delle impronte su un tovagliolo di carta che osservava e leggeva senza esitazioni.
Il lettore mi perdonerà se non dirò niente delle rivelazioni dei miei fondi di caffè, dico solo che la sua precisione su emozioni e fatti privati è stata veramente strabiliante. Questa signora piena di vita si chiama Maria, viene dal Gürcistan che noi chiamiamo Georgia e conosce tutti i cantanti italiani degli anni ’70-’80 a memoria. Si diverte a provare il suo italiano con me, prova a pronunciare i nomi dei cantanti ed è felice quando annuisco e vede che il gioco funziona. Il suo vocabolario è fatto di frasi di canzoni e nomi propri. Delizioso. Delizioso il suo modo così spontaneo. Prima di salutarci mi porge un börek al formaggio da portare via fatto da lei, come fossi una figlia.
Gente calda del Mar Nero.
Mentre Maria stava leggendo la mia anima come un libro aperto, ad un certo punto mi sono preoccupata che non stessi mostrando abbastanza stupore: non volevo certo che pensasse che non le credessi perchè in realtà stavo vivendo qualcosa che nella mia vita da Casa degli Spiriti è sempre stata piuttosto normale.
Da piccola in casa mia girava una cartomante, o meglio, una cara amica di famiglia che io ho creduto una parente per molto tempo e che era la consigliera di tutti. Ricordo con molta curiosità i momenti in cui andavamo a trovarla con mia madre in quella casa misteriosa, o forse del tutto normale, ma io me la ricordo misteriosa e buia. Me la figuro nella mia vecchia casa e ricordo di averla vista, forse durante le festività, interloquire privatamente con parecchi dei miei parenti. Avrei dato tutto per origliare.
Quando avevo circa 17 anni lesse le carte anche a me. Dopo la lettura disse a mia mamma che avrebbe fatto bene a comprare un pianoforte. Fu la mia prima volta e ancora non avrei potuto immaginare che la divinazione sarebbe stata una costante nella mia vita, attraverso luoghi e persone diverse.
Questa signora bionda dal trucco forte e dalla parlata che trovato buffa aveva un nome francese, Ivonne, ma tutti in Toscana la chiamavano IvoNNE, così com’è scritto, pronunciando forte le due N e la E finale.
I fondi del caffè. Meraviglioso. Immagino mia nonna materna e Ivonne, energie da qualche parte nell’universo, che mi guardano dall’alto e sogghignano amorevolmente…

Fonti umane (Divagazione al secondo mese di viaggio)

Divagazione dal viaggio, alla vigilia dei suoi due mesi.

Sono molto grata ad alcune persone che mi hanno aiutata ad orientarmi ad Istanbul per quel che riguarda la musica. Le informazioni sono tante e via via si sono incrociate e ripetute tanto che mi capita ancora adesso di spulciare  vecchie chat e moleskine e ritrovare nomi ancora da sviscerare. Ad ogni modo ecco i mentori musicali del mio viaggio, fornitori di preziose dritte, nomi di artisti e di luoghi, articoli, informazioni e in alcuni casi materiali traghettatori verso luoghi e persone:
Francesco Martinelli, Peppe Frana, Alessandro Puglia, Fabrizio Puglisi, Giray Gürkel, Fabrizia Barresi e poi Elif, Mustafa, Mahir…

Ci sono poi moltissimi, dico moltissimi amici e amici di amici che mi hanno gentilmente passato i nomi dei loro contatti (o fornito informazioni rivelate utilissime). Come Elio Pugliese, Fabrizio Mocata, Clemens Seibert, Valentina Rebaudengo, Yigit Saner, Daniele de La Farm (e tanti tanti tanti altri) e più tardi tutti i frequentatori dei vari gruppi facebook.

Adesso ci sarebbero tutti quelli che da “nomi” sono diventati amici e che mi hanno passato e continuano a passarmi “nomi” a loro volta, ma mi fermo qui o diventa un albero genealogico -divertentissimo, devo ammetterlo-.

C’è anche Berat che ha contributi a cucire il quadro riempiendo la casa di musica turca e mettendo a mia disposizione tutta la sua fornitissima discoteca fra i quali ho ritrovato alcuni nomi che stentavo a riconoscere e che pian piano mi sono diventati familiari. (I miei studenti ridono tanto per la mia incapacità di ricordare i nomi turchi).

Un universo di fili intessuti insomma, consigli persi e poi ribaditi da qualcun’altro, dischi arrivati per caso, veri e propri “tampinamenti” verso alcuni punti focali (tipo il GitarCafè e l’Asia. AP: “Vai e vivere in Asia, vai a vivere in Asia, vai a vivere in Asia!”) da contatti diversi e lontanissimi. Una bellissima avventura guidata da una mappa collettiva che ancora mi aiuta ad orientarmi non più su una, ma dıverse moleskine.

I venti di Istanbul e la musica turca – Istanbul, cap. 5

I venti di Istanbul soffiano forte e si sono portati via parte della mia salute e della mia energia per qualche giorno. Alla fine però il tempo dell’influenza, sorvolando le prime ore, è sempre un momento buono  per un vero riposo e la fornitissima erboristeria turca ha fatto la sua parte ridandomi a suon di decotti di zenzero ed echinacea, un po’ della forza che mi era stata rubata dai venti.

La simpatica giornalista con cui vivo, preoccupata per la mia salute mi ha fatto da mangiare in abbondanza concentrandosi sulla zuppa che (come ho capito dai suoi gesti, non certo dalla sua lingua) doveva far bene al mio petto pieno di tosse. Ho obbedito come ad una mamma e ho scoperto che il cibo per il malato era una çorba saporitissima seguita da un’insalata piena di cipolla e una sorta di tortellini stracotti con dentro carne dello stesso identico sapore delle speziatissime köfte…ho attinto qua e là senza abbondare e concluso con un decotto forte di zenzero per dimenticare tutto.

Giorni di calma, senza pensare troppo per la stanchezza, ma con il tempo per avere delle idee e per informarmi. Ho perfino fatto la macedonia con la stessa lentezza che mi urta i nervi in una condizione normale. Mentre tagliavo meticolosamente la frutta a pezzetti concentrandomi su questo lavoro da artigiano, rivedevo le mani di mia nonna e quei momento di pace durante la pulizia dei fagiolini, la pulizia delle cozze e la sbucciatura delle patate di quando ero piccola. Alla fine non è diversa dalla calma che mi serve per pensare, creare e fare musica.

Nella musica turca c’è calma. C’è una calma speciale nell’attesa che si sviluppi l’improvvisazione mentre  i pensieri melodici si formano prima di uscire. C’è una calma nelle melodie delle canzoni che sto imparando che sembrano sempre adagiate su un morbido cuscino, nonostante i molti melismi e quelle frasi che legano le varie parti che incalzano come le onde di un mare calmo.

Istanbul mi sta regalando delle cose bellissime e come aveva promesso mi sta facendo tornare alle radici. Ho conosciuto una bravissima cantante che abita in Asia, si chiama Sumru Ağıryürüyen (si lo so il nome è impossibile, ma potete sempre usare il copia e incolla per saperne di più su di lei) le ho raccontato delle mie ricerche e ci siamo scambiate immediatamente dei canti. Le ho detto dei “miei” poeti toscani e stentava quasi a credere alle mie parole mentre le dicevo del loro legame intimo con Dante e Ariosto. E infine e le ho regalato un’ottava.

Mi ha invitata a partecipare come ospite al suo concerto di canzoni tradizionali con il chitarrista Onok Bozkurt, ed ecco che la vita è molto strana…sono finita a Istanbul a cantare canzoni sarde, toscane e siciliane, chitarra e voce come una vera “folk singer”. Questa nuova dimensione musicale mi piace moltissimo e voglio dedicamici per un po’, ricordando che alla fine quando cominciai a suonare la chitarra era per suonare le canzoni…poi grazie a Dio mi iscrissi per sbaglio al corso di chitarra classica e scoprii la musica per davvero, ma a tornare indietro siamo sempre in tempo.

Con Sumru al GitarCafè di Kadıköy, ho cantato anche il mio primo pezzo in turco, una ninna nanna in una deliziosa dimensione a due voci.

Nel frattempo mi sono affacciata alla scena di musica improvvisata di Istanbul che sembra essere molto aperta e interessante. Qui in Asia, nella famosa Bar Street di cui nessuno sa il vero nome, c’è questo locale -il Dunia- dove organizzano regolarmente set di musica improvvisata con la formula dell’estrazione a sorte. Ce ne sarà un altro il 26 di Novembre a cui di sicuro parteciperò. Da questo canale mi è arrivato un nuovo concerto che sarà il 29 Novembre, ancora al GitarCafè, con un quartetto di musica improvvisata.  Se siete da queste parti qui ci sono i dettagli.

Ci sono tanti mondi musicali qui in Turchia, nuovi e tradizioneli e questa sera è il turno dei suoni del Mar Nero, qui vicino suona il gruppo delle sorelle Kolidar. Ayşenur Kolidar, con la sua ricerca sulle musiche tradizionali della sua terra, è stata un’altra grande scoperta del mio viaggio e così questi suoni del Mar Nero così energici e sfacciati. Ve la consiglio, il suo ultimo disco gira continuamente nel mio stereo.

Istanbul  è una città infinita. Ha una patina di “tutto”, ma è sotto che bisogna cercare le cose vere e non è un lavoro immediato, ci vuole più di quello che avevo pensato. E’ una meditazione. Su di me, sull’arte e sulla vita. E ci vuole pazienza, calma, coraggio e curiosità.

Regola dell’Armonia Vocalica, piccole riflessioni sulla lingua turca – Istanbul cap. 4

Prima di tutto devo fare una premessa: se dovesse capitare qualcuno su questa pagina che cerca notizie sulla lingua turca di certo non sarà qui che si dovrà fermare, quelle che sto per fare sono solo poche considerazioni “tirate giù ad orecchio” da una cantante.

I miei piccoli approcci col turco procedono abbastanza male. La città è frenetica, lavoro, cammino tanto e fra i concerti che vedo e che preparo e le altre cose non ho mai questo tanto sospirato tempo che vorrei per poter mettermi lì, con calma, a fare qualche esercizio. -A parte gli esercizi che faccio tutti i giorni per ottenere delle cose da mangiare o per scendere alla fermata giusta, s’intende…-

Ad ogni modo c’è  una cosa di questa lingua che mi affascina moltissimo ed è la Regola dell’Armonia Vocale. Sembra un nome di un film epico o di un trattato del 1500 su chissà che cosa e invece è qualcosa di molto semplice e molto efficace.

I turchi dividono le loro parole in base alle due grandi categorie vocaliche che fanno capo alle vocali “A” e “E”. I due gruppi di vocali sono divisi fra palatali (anteriori) e velari (posteriori), e così “a, ı , o, u” è il primo gruppo mentre “e, i, ö, ü” il secondo.

(Suggerisco questo video per sentire i suoni delle vocali che preferisco ad una noiosa e poco efficace trascrizione fonetica).

Ora pensate che le parole turche son per la maggior parte appartenenti ad un gruppo o ad un altro…questo fa sì, che nonostante quelle che a noi appaiono come durezze (come il suono  ı  [ɯ] o il misterioso suono della  “g” dolce “ğ” ) la lingua risulti un fluido continuo di suono.

Si apre qui il grande problema dell’insegnamento delle lingue per il quale viene usato per la maggiore  il mezzo a mio avviso più sbagliato per l’apprendimento di una lingua….il libro!                                                            Benchè mi muova agilmente nell’alfabeto turco ogni volta vedere scritta una parola nuova da imparare è un trauma. Allora la mia proposta è di cominciare dal suono e poi vedere la parola scritta. Alcune parole turche di uso comune come  “görüşürüz” (arrivederci) hanno un aspetto quasi mostruoso agli occhi di uno straniero …invece la voce scivola leggera su quelle dolcissime ü (che a noi ricordano le canzoni in milanese).  La bocca pronuncia la prima  vocale e tutto il resto della parola segue naturalmente con piccoli movimenti della lingua per articolare le consonanti. Provare per credere sul “traduttore parlante” di google (senza badare alla traduzione!).

Tutto ciò per il cantare che si volesse avvicinare alle canzoni turche è una manna dal cielo. Nella nostra tecnica classica c’è un vero e proprio lavoro di “arrotondamento” volto a creare “una strada” pressochè unica nella quale far scivolare tutte le vocali, poiché in una parola possono trovarsi alternanze continue di palatali e velari. Nella lingua turca invece molte delle parole sono addirittura costruite su un’ unica vocale come “iyi” (bene), “gece” (notte), “araba” (macchina), “ikinci”(secondo) e molte altre.

Interessante no?

Detto questo mi sto quasi convincendo che il turco sia una lingua facile ed è quindi tempo che mi metta a studiarlo…

Turkish Ramino e Turkish Delight – Istanbul cap. 3

Non so dove sarò a Natale. Sto decidendo in parte io e in parte lascio fare agli eventi e osservo, però intanto stasera ho aperto il primo Panforte della stagione.

Prima di partire cercavo un dolce leggero da infilare in valigia, uno tradizionale e gustoso ed ecco che la scelta cadde casualmente sul Panforte. Era rimesto lì per più di un mese, in attesa di essere regalato o di essere sfoggiato all’occorrenza. Non avrei mai pensato però  che il caso fosse stato così puntuale nel farmi prendere il dolce delle feste così che stasera potessi contribuire con un po’ di Italia a questa magnifica cena di Bayram da cui sono stata improvvisamente travolta.

Il festeggiamento è stato bellissimo e sobrio. Hanno cucinato ma senza esagerare così oggi invece di dedicarsi esclusivamente ai fornelli, tutta la famiglia si è fatta una bella gita sul Bosforo.

C’è una bimba deliziosa di nove anni, abbiamo fatto amicizia e oggi è la mia insegnante di turco. Parole  e frasi entrano ed escono dalla mia testa e il mio vocabolario si allarga.

          iyi bayramlar

Tutti a tavola, le sedie non bastano, la tavola è un po’ stretta ma si fa spazio per tutti. I piatti sono fatti alla svelta ma con cura: si mette tutto insieme, finchè c’è spazio si accavallano riso, insalata, köfte, dolma, cotolette di pollo e altra carne servita a piccoli pezzi. Ieri sera abbiamo bevuto rakı fino alle 3 del mattino, ma stasera ci sono le due sorelle velate e di alcool non c’è neanche l’ombra.

          kıznım  anne  baba  abi kardeş

I piatti si svuotano in fretta e la tavola in un baleno è già sgombra. C’è grande gioia, la cucina è brulicante di donne al lavoro per mettere in ordine. Forse si sono scambiati dei regali ma la cosa non è rilavante, ad ogni modo a me nel pomeriggio ne è arrivato uno dalla piccola.

          pilav  tavuk  burç  koç  kova

Gioia, risate, scherzi, cibo che non avanza, niente panze all’aria per troppo mangiare. Anche la tavola è leggera. Ci si alza, si torna a sedere, non ci sono problemi ne obblighi. Io aspetto che tutti i piatti siano pieni prima di iniziare ma è una formalità di troppo. Non mi dispiace questo relax familiare.

           adın ne?  şehir?  taman!

La tavola è ormai sgombra e un telo rosso trasforma la superficie in un tavolo da gioco: si chiama Okey, una specie di ramino giocato con le tessere. I giochi da tavola sono una cosa seria per i turchi, il resto della serata si svolgerà così, attorno al tavolo con chiassoso entusiasmo e i più piccoli a giocare in giro per la casa mangiando fantastici turkish delight, che hanno un nome inglese però. Nel frattempo al tavolo da gioco la nonna si apre il velo e lascia scoperta una parte del collo.

             hepsi  çocuklar  badem  arkadaş 

Osservando da qui capisco meglio l’Islam di cui forse non ho mai saputo niente. Da piccole cose capisco che non siamo in occidente anche se Istanbul è una megalopoli. La mia presenza è assolutamente normale e io mi diverto a sentirmi parte della famiglia, a ridere con le donne, a diventare complice dei bambini.  Nessuno parla inglese, solo poche parole raccattare qua e là soprattutto grazie alla mia piccola tutrice, per il resto tutto è solo bellissimo suono ed intenzione e parole nuove da catturare. Parole mai sentite e che bramo di capire e sentire ancora.

                 iyi geceler askım

“Dal Bosforo saliva odore di tempesta e terra bagnata”. Istanbul-capitolo 2.

Non importa quanto durerà, ma credo che non dimenticherò mai questo angolo di mondo. Una piccola terrazza che contiene un tavolino e una sedia. Una tovaglia bianca ricamata sul tavolo e un piccolo gallo di metallo che girando accoglie i mille venti che schiaffeggiano Istanbul. Laggiù in lontananza il mare, il Bosforo e poi Sultanahmet. Così precisamente nel mio scorcio che tutto sembra fatto apposta per guardare laggiù. Come le prospettive antiche che ti portano lo sguardo dritto sulla faccia del Cristo.

Guardo ancora laggiù dove giorni fa camminavo instancabilmente fra le moschee e le chiese, fra l’oro Bizantino e le lunghe torri appuntite tutte intorno. Tutto intorno sembra guardare verso Fatih, e noi dall’Asia abbiamo un posto privilegiato.

Quando i due muezzin si rispondono in quel luogo una forza grande ti prende lo stomaco e tutte le membra. Non ci si nasconde da qual canto fortissimo, due voci ti tengono come una tenaglia e l’anima si allarga e rabbrividisce.
Ho visto le stesse pennellate dei maestri italiani trasformate in mosaico. Lo stesso panneggio e lo stesso incarnato che ho tanto osservato in Italia. Ho rivisto la mia faccia italiana nei mosaici di Aya Sofia ma mi parlano in turco quando mi tingo gli occhi di nero e metto il velo in testa per entrare in moschea. Ordino Ayran invece che Coca Cola e mi allungano il resto senza far caso che sono straniera.

Attenzione a scherzare con la ricerca delle radici…canti in rima, filastrocche, canzoni popolari e giù a scavare fino alle origini…ed ecco che ci prendi la mano e stavolta la ruota ha girato più forte e mi ha portato fin qui.

Essere qui ha un senso profondo ma sento che posso accedervi solo in parte.
E’ mattina, cominciano gli esercizi di turco, poi gli esercizi di canto turco, poi ho necessità di tornare a Fatih e continuare la mia solitaria esplorazione dei luoghi dei sultani.

Istanbul è canto. Capitolo 1.

Cerco di capire perchè sono venuta qui ma il mio istinto dice di non preoccuparmene. Nel frattempo la vita scorre, il turco è misterioso ma comincio a capire qualche parola e a lanciarmi in coraggiosi tentativi.

Istanbul è rumore e suono.

Sono qui da 23 giorni, ho conosciuto molta gente e ho girato tutta la città per cercare una stanza decente. Un’esperienza avventurosa in giro per appartamenti fatiscenti e strade senza nome, ogni porta che si apriva era un mistero e un piccolo pezzo della città che mi si rivelava. Poi alla fine mi ha accolto l’Asia e ora dalla finestra vedo uno spicchio di Bosforo.

Istanbul è sporca e profumata.

Ho trovato lavoro come insegnante di italiano al quinto giorno, prima ancora di capire dov’ero, prima ancora che mi passasse il panico dell’arrivo e prima ancora di capire molte cose. L’ho preso e la mia vita sembra avere già una nuova piccola routine.

Istanbul è accogliente e ti frega sempre.

Ora tocca alla musica. C’è canto ovunque. Dalle moschee tante volte al giorno le voci si lanciano in cielo e si insidiano nel caos, e poi nei mercati e nei locali e per la strada. Sono stata introdotta da un maestro di ud che mi ha insegnato il primo brano tradizionale e così la mia voce ha ricominciato a muoversi dopo molti giorni di silenzio e di sospenzione e di attesa.

Istanbul è canto.

Mi mancano poche cose dell’Italia: poche persone, poche ma tanto. Bologna è un ricordo lontanto ma appare ogni giorno su Moda Caddesi alla vista di quegli insoliti portici…Il viaggio è solitario sempre o è un appoggiarsi bugiardo a qualcuno o qualcosa. Faccia a faccia con me stessa, così come volevo.

Istanbul è solitudine e moltitudine e tutto è appena cominciato.

SiVocifera che in Turchia…cap. 0

Carissimi lettori,

l’estate è pigra per scrivere e a volte faticosa, sopratutto se traslochi con 40 gradi 50 metri di casa che riempi da anni. L’accogliente Via Erbosa è ormai storia finita, ho lasciato la mia casetta con giardino il 5 di Agosto per allontanarmi da Bologna. Almeno per un po’.

La destinazione è la Turchia, e in particolare Istanbul per la quale ho preso un ONE WAY TICKET…

Istanbul è un sogno. Un luogo di cui stento a immaginare l’esistenza. Fremo per mettere piede a Costantinopoli e a Bisanzio, la città dei mille nomi e delle mille trasformazioni. Fremo per assaggiare l’Asia per la prima volta e bramo di sentire il primo muezzin. Allo stesso tempo fremo per la sua modernità, per i musicisti che vorrò incontrare e per il caos urbano che tutti raccontano e che ho tanta voglia di assaggiare. Fremo di non capire niente del turco, e fremo per l’ascolto attento dello straniero e per quella piccola gioia nell’aver capito una parola di quella lingua così lontana.

Arriverò a Istanbul il 20 settembre e il 22 partirò per Konya, città dell’Anatolia dove seguirò tutto il mystic music festival  e poi sarò a Istanbul per tutto Ottobre. Almeno. E poi chissà.

Questo è solo l’inizio…

 

 

Imparo a conoscerti, capitale dell’impero. Mi adatto al tuo modo di scandire il

tempo.

Ventottesimo giorno del mese di Shabban, novecentosettantasette inverni

dopo l’Egira.

Imparo a conoscerti, Byzantium, Nova Roma, Rūmiyya al-Kubrā,

Qostantiniyye, Istanbul, città dall’aria umida e greve. Nelle mattine di cielo

aperto, sogno di alzarmi nel vento e volare, vederti dall’alto, ma il vento è

pesante, zavorrato dal tanfo delle concerie di Yedi Kule, degli opifici di colla,

delle minugia che diventano cordame. Ogni città ha un odore di fondo: Venezia

è muffa e salmastro, Salonicco sa di piscio, Costantinopoli di terra bagnata e

fatica e sogno.

Imparo a conoscerti, città gelida, nelle strade strette e sporche in cui si

gettano venti crudeli. Poyraz soffia da nord, Karayel dai Balcani, Lodos da

meridione. Si dànno il cambio come una squadra di flagellatori, frugano tra i

vestiti, bastonano le ossa senza clemenza. Quando piove, le vie divengono

stagni, e piedi e stinchi affondano nella melma.

Imparo a conoscere i tuoi uomini e le tue donne velate, a cogliere allusioni e

doppi sensi, sotto la crosta sporca del tuo turco, e a immaginare occhi e

sorrisi, oltre le trame sottili del lino.

 

Altai, Wu Ming – Seconda Parte. Tikkun Olam, cap. 10, pag. 155.