Primo Maggio

Istanbul, Primo Maggio.

Sono due anni che faccio il Primo Maggio qui ma mi prudono le mani perché vorrei avere in testa il cappello di fiori e cantare forte in Maremma:

“Vieeen La Primaaaaaaaaveraaaaaa Fioriscono i Bei Fioooooriiiii

Chi nooooon lavooora son tutti sfruttatooriiii

Cieelooo Mare e Terraaa Che c’appartienee a tuttiii

Su compaaaa’ che liberi siamo già! 

che liberi siamo già! che liberi siamo giàààààà!

Quando cominci a viaggiare sei sempre lontano da qualche cosa. Dagli amici, dalla famiglia, dal tuo amore, dalle tue passioni o dalle tue radici.

Allora qui a Istanbul la città è blindata e l’unico contributo che possiamo dare per fare un augurio di Buon Primo Maggio, di Buona Primavera,  di Pace e Prosperità è fare musica e fare arte. Ecco quindi il nostro video che ancora una volta parla di Taksim e della situazione politica turca. In piazza non si entra. E io penso ai Maggerini che adesso in Toscana chiedono di entrare nelle case con fiori e canti. In piazza non si entra e la città è blindata. Allora anche noi “cantiamo per la pace” …

 

Annunci

Istanbul: lingue, canti, parole e cantastorie curdi

Marco Polo sfoglia le carte, riconosce Gerico, Ur, Cartagine […]  Ma parlando di Troia, gli veniva d’attribuirle la forma di Costantinopoli e prevedere l’assedio con cui per lunghi mesi la stringerebbe Maometto, che astuto come Ulisse avrebbe fatto trainare le navi nottetempo su per i torrenti, dal Bosforo al Corno d’Oro, aggirando Pera e Galata.

Calvino, letto nel letto la mattina mi dà l’ispirazione per iniziare la giornata e aggiunge poche righe alla mie collezione di pensieri letterari su Istanbul. Qui fra Pera e Galata e i tre lembi di terra si parlano molte lingue e io sguazzo nelle eco delle molte culture che ogni giorno si intersecano con la mia vita. Istanbul si apre a te quando arrivi ma poi si richiude, inglobandoti nel suo labirinto di tempo e spazio e ti mette alla prova. Mille porte ogni giorno possono essere aperte, porte nascoste fra le erbacce e dietro gli angoli e ognuna di esse apre su un suono, un’etnia dimenticata, un mendicante che canta in armeno. Oggi Istanbul mi sembra una delle Città Invisibili. Così vicina, così ancora misteriosa. La città dove volevo andare, la città dove sono. 

Parlo in italiano con la mia amica brasiliana, lei nella sua lingua e tutto fila liscio. Grazie a Chico Buarque e a Caetano Veloso per avermi insegnato un po’ di portoghese. Il mio inglese sta migliorando e peggiorando poiché i buchi nella memoria sono colmati da parole turche, o italiane, sperando bene che la radice latina faccia il suo lavoro.  Mi sono misurata con il turco nel canto e con la lingua del Mar Nero, l’armeno è  misterioso e il curdo è spigoloso ma mi sono così affini le melodie di questa cultura…

La settimana scorsa ho assistito ad un concerto di cantanti curdi  che  parlavano in maniera del tutto naturale solo nella loro lingua, seduti intorno ad un tavolo con bicchieri di thè nero, lei con un vestito paillettes lui con le scarpe appena lucidate brillavano in mezzo ad palco che aveva l’aspetto di un salotto di casa.

Dengbej Xalide e Dengbej Bedredin, appartengono alla classe dei cantastorie, dei poeti Dengbej appunto, che tramandano la tradizione curda e la loro storia attraverso antichi canti epici. Cantano a cappella come i nostri poeti maremmani che fanno ottave di endecasillabi, o con lievi bordoni strumentali e dalle notizie che mi sono arrivate come questi ultimi anche il loro ruolo comunitario è di fondamentale importanza. Per capirne la poesia è chiaro che bisognerebbe conoscere il curdo molto bene; sono poeti e le parole sono fondamentali, descrivono l’amore, la loro storia e i conflitti del loro popolo. La poesia orale è uno strumento importante per tramandare la storia di una comunità  tanto più se ha una storia travagliata come quella del popolo curdo. E’ possibile ascoltarli adesso ad Istanbul ma in passato quest’arte era vietata come ogni manifestazione di lingua o cultura curda. Mi ricorda quando i miei poeti maremmani mi raccontavano di quando cantavano negli scantinati durante il fascismo…

La voce dell”uomo era potente e partiva da ogni punto del suo corpo, saliva e scendeva con morbidezza alternando frasi melismatiche e note lunghe. Un canto sul registro parlato con meravigliosi tratti melodici, incredibilmente suggestivo se pur non capissi una parola di quello che dicesse. Lei cantava magnificamente e si rivolgeva a lui come ad un maestro.

Purtroppo non ho potuto fare video e allora un assaggio dalla rete…

La mia intervista sulla rivista DUEMILA-my interview on arts magazine DUEMILA

Nel numero di Maggio di Duemila, rivista di arte e cultura, è stata pubblicata una mia intervista sulle mie attività musicali e di ricerca…Modigliani in copertina è un grande onore! La rivista e’ uscita mentre ero in Turchia quindi ne sono entrata in possesso con molto ritardo. E’ strano vedere come le cose cambino in poco tempo: adesso mancano nomi, esperienze e progetti che hanno un posto speciale nella mia vita.

My interview on Duemila, magazine of culture and arts, number of May. Modigliani on the cover, such an Honor! It has been published when I was in Istanbul and it’s so strange to read it  now: in this short period many important things happened and it seams to me that I forgot to speak about important experiences and persons that in the meanwhile took a special place in my live…

E.

scansione0059scansione0058scansione0061

modigliani116

Aggiornamenti di primavera inoltrata. Istanbul cap. 1 Bis?

6283_10151607131629201_1233008686_n

Quasi mi infastidisce la malinconia dei miei post precedenti. Alcuni dei miei racconti della Turchia sono così malinconici da ricordarmi la tristezza delle descrizioni di Pamuk. Tristezza malinconica che non sopporto. Sarà che durante questo nuovo soggiorno a Istanbul sta sparendo quella sensazione di sospensione e disorientamento che avevo i mesi scorsi. 

Sono qui da più di un mese, l’idea era di venire a riprendermi le mie cose e poi tornarmene in Toscana a finire la tesi, ma niente! ho lasciato partire il mio volo Turkish Airlines senza di me e mi aspetta uno scomodo economico volo Pegasus per rientrare in Italia in una data che a oggi non ho ancora deciso.

Sono venuta per partecipare ad un festival nella seconda metà di Aprile, Festival della Musica Improvvisata in cui ho suonato con i miei amici musicisti di qui. Da lì poi tante porte si sono aperte e inviti su inviti sono ancora qua.

La malinconia è sparita perchè mi sento che vivo qui, ho i miei amici, i miei luoghi, i miei progetti musicali e le mie cose da fare. Tornerò in Italia a sbrigare delle cose e poi di nuovo qui, senza incertezze.

Questa volta alloggio da amici nella pate più europea della città e ne vivo il lato più modernamente culturale. Mi imbatto ogni giorno in a gallerie d’arte, antiquari, musei,  festival e concerti di musica improvvisata. Adoro stare qui e andare a studiare nella modernissima biblioteca del Salt, poi uscire e bermi il succo di arancia dal venditore ambulante ad una lira.

Molte cose musicali si stanno muovendo, due giorni fa ho registrato una live session in studio con un trio di amici e non vedo l’ora di sentire il risultato. Per il resto continua la mia esportazione delle canzoni italiane tradizionali in Turchia e finalmente, già passati i trent’anni, sono diventata basker per la prima volta.

Suonare in strada a Istanbul è un’esperienza unica, musicale, umana e antropologica. Sotto la torre di Galata i turisti si mettono in cerchio e applaudono. Alle mie spalle la poesia della torre italiana e mi sembra di essere in un teatro d’opera. Sulla discesa di Tunel, fra i negozi di strumenti musicali e di frutta, i giovani si fermano ad ascoltare e a volte tirano fuori una bottiglia di vodka dalla borsa e ti offrono una bevuta. Le domande sono sempre le stesse: (suono in duo con un violoncellista) che strumento è quello? In che lingua canti? Le stesse domande per tutti, le stesse reazioni cortesi abbattono le differenze sociali. Il proprietario del negozio di vestiti davanti al nostro angolo saluta ogni sera e lascia cadere manciate di spicci nel nostro cappello. Lo spazzino fa aspettare il camion e si ferma allegro ad ascoltare e poi chiede le stesse domande di tutti.

Un capitolo a parte andrebbe adesso aperto per i bambini. I bambini che fanno inchiodare tutta la carovana dei parenti per fermarsi ad ascoltare. Quelli che ti sorridono e poi si nascondono e quelli che arrivano ad un centimetro da noi e rimangono lì come statue di sale.

Primo capitolo dunque di un avventura nuovissima che sfocerà, se il fato non fa scherzi, in un trasferimento vero e proprio in settembre.

310274_10152831297475581_1143273461_n

970991_485721918164535_234630026_n

 

Il coro Hermanos ed il MATrio (Marcello Allulli Trio).

Ecco un progetto a cui sto prendendo parte con molta gioia e che per mancanza di tempo stavo tardando a raccontare.

Si tratta del coro Hermanos, nato da una specie di esperimento avvenuto quest’estate durante i seminari Injazz di Fabriano a cui ho partecipato.
Durante un corso molto particolare di ear training  tenuto da Marcello Allulli, abbiamo studiato delle parti corali che (abbiamo scoperto solo in seguito) avremmo dovuto cantare su alcuni suoi pezzi durante un concerto che avrebbe tenuto durante i seminari con il suo trio.
Di lì a pochi giorni infatti, durante il concerto del MATrio circa una trentina di persone solo al primo accenno dei pezzi  (
!!!) si sono messe a cantare suscitanto grande emozione del pubblico, di Allulli e dei suoi musicisti che erano stati oppositamente lasciati all’oscuro di tutto il "piano corale".

Ed ecco che la cosa diventa sempre più trascinante, il coro diventa parte integrante del progetto ed il MATrio lo vuole a cantare nel loro primo disco.
Detto fatto. Lo scorso 4  Dicembre, circa venti persone sono partite da tutta Italia (Roma, Terni, Perugia, Siena, Bologna, Pordenone…) alla volta di Cavalicco (Udine) per prendere parte alla registrazione del disco.
In quei giorni è nata della musica bellissima ed anche una meravigliosa famiglia sparsa per tutt’Italia.

Io chiaramente ho filmato tutto ed eccovi il trailer del back-stage che ho promesso di realizzare.

😉

Have yourself a merry little christmas. Natale 09.

Anche quest’anno una versione delle mia canzone di Natale preferita per farvi gli auguri!
Quest’anno per la prima volta ho avuto la possibilità di far esibire alcuni miei allievi per un saggio di fine anno avvenuto pochi giorni fa…ho fatto cantare questo pezzo ad una di loro, arriverà anche questa versione….divertentissima!

Intanto AUGURI pieni di buona musica!

Ottave per l’Abruzzo.

Ancora Ottave.La Festa della Poesia Estemporanea di Ribolla quest’anno si è svolta poco dopo che il terremoto colpisse gravemente l’Abruzzo. Come è ormai noto ai lettori di questo blog, ed agli attenti seguitori dei cantori in ottava rima, è per questi ultimi assolutamente necessario parlare di attualità e guardare, criticare, descrivere attraverso il loro canto in rima.
Ecco un dialogo cantato sul terremoto e sulle responsabilità della tragedia.
Purtroppo la prima ottava del contrasto è andata persa..la sto cercando (è anche un appello), appena la trovo integrerò il video.I due poeti che affrontano l’argomento sono Benito Mastacchini e Pietro de Acutis, il primo toscano ed il secondo laziale. Due maestri. Due rimatori meravigliosi e melodici cantori che fanno intrecciare e concertare melodie e stili di canto diversi e personali, caratterizzati dalla loro individualità e dalla provenienza geografica.
La Maremma fa questi scherzi. Ti sposti di alcune decine di chilometri ed ecco che le melodie cominciano a mutare, compaiono nuovi abbellimenti e nuove cadenze, diversi stile e modi di rimare.Buona visione.

Questione di memoria.

E’ solo qualche giorno che è in rete e adesso finalmente sbarca sul blog.
Un piccolo video documentario, a misura di tesi, ma faticoso ritaglio di molte ore di girato ed interviste.
Confezionato, cucito addoso ai suoi protagonisti. I poeti. I poeti a braccio meravigliosi della Maremma, che gentilmente si sono soffermati davanti al mio obiettivo ed hanno lasciato scorrere parole cantate e narrazioni.
Si parla dell’ottava rima, si parla del “Maggio”, del fascismo che censura il pensiero ed il canto; si parla con amore dell’amore per la poesia e si narrano i “poeti padri”.
Un modesto documentario sulla poesia estemporanea, ma anche una riflessione sulla memoria e sul modo di ricordare. Lascio volutamente che i poeti si contraddicano e  lascio che lo spazio-tempo dei loro racconti sia incerto e che lo spettatore si chieda se un brusco taglio nel montaggio non abbia apportato qualche danno alla cronologia dei fatti. Così è parlare con loro. I ricordi a distanza di anni si mischiano e le emozioni si accavallano. Là dove il vissuto di somiglia e dove si somigliano le sensazioni si crea un bacino di memoria comune.
Questo è valso soprattuto per i discorsi sui divieti e  le strumentalizzazioni fasciste. Il Maggio, dal sapore socialista, durante il Ventennio è vietato. Le improvvisazioni invece sono ripulite da temi “rischosi” e canalizzate verso un’astuta propaganda attuata tramite le diffuse gare di poesia.
Qui, nei racconti dei poeti, i decenni si confondono e si accavallano. La ristrettezza dei temi delle ottave del periodo fascista e l’assoluta impossibilità di critica sociale si confonde con la censura del Dopoguerra, solo in parte di carattere politico ma soprattuto di carattere morale ed etico.
Gli anni scorrono e la memoria sembra guidata dal timore, dallo sdegno e dai ricordi dei divieti. Divieti più forti e quelli meno assoluti, ma che confluiscono insieme in quel bacino di memoria che li accomuna. La mancanza di libertà. Questo sembra essere il sottile filo che cuce il ragionamento della memoria che porta ad una narrazione assolutamente emozionale. Quello che cercavo. Testimonianza. Narrazioni “poetiche” di una lucida esperienza.

In Toscana canta anche La Befana.

Non ho foto da mostrare. Nè video nè registrazioni della giornata di oggi.
Sono stata a Ribolla per la prima volta da laureata.
La notte fra il 5 ed il 6 gennaio in Maremma si canta La Befana.
Oggi i miei amici ribollini, vestiti di tutto punto da befane e pastori, con fisarmoniche, chitarre e percussioni hanno cantato quartine che ormai mi sono familiari. La radice che mi ha ricondotta alla mia terra sprofonda nel terreno maremmano e si insinua prepotentemente nella mia vita.
Non ho ripreso nè fotografato, ho solo ascoltato ed ho vissuto la festa come una del paese. Mi sentivo nuda senza registratore al collo e quasi imbarazzata a stare fra i piedi senza telecamenra.
Commozione profonda nel sentirmi parte di una tradizione. Nell’averla riscoperta mia.La Toscana. La Maremma. Il popolo mitico e misterioso degli Etruschi. L’alto Lazio.
Le fisarmoniche. Gli operai. I contadini. Il Primo Maggio, festa della primavera e della lotta.
I modi rudi. Le nacchere. I cappelli di paglia. Il fieno ed il vimini. L’italiano antico.
Carducci. I cipressi. Dante. Guidoriccio da Fogliano. Montemassi. Le balze di Volterra. La Pia dei Tolomei. I Guelfi e i Ghibellini. La voce forte e i canti urlati. Le terre rosse e grigie. La pianura. Il sole a scendere verso Grosseto.Esplosione di esagerata appartenenza. Centro del mondo interiore.
Questa volta ripartire per l’Emilia Romagna mi mette stranamente in dubbio.
Vado e torno. Prometto. Salirò verso la pianura ascoltando ancora il Coro degli Etruschi.