Tuncel Kurtiz e il castello dei destini incrociati

Ci sono destini che si incrociano oltre gli incontri fra persone, prendono forma piano piano e si rivelano all’improvviso, oppure  mi sbaglio, erano lì da tempo impazienti di essere svelati.

A Bologna, negli anni più belli del mio periodo universitario ero fortunatamente e coraggiosamente finita nel laboratorio stabile di Arnaldo Picchi, al dams. Laboratorio di ricerca teatrale, di regia, di ricerca in generale…Ci sono stata dentro per 2 anni, 3 volte alla settimana, lunedìmartedìmercoledì, lunedìmartedìmercoledì dalle 19.00 alle 22.00, sempre, puntuali e poi dopo, cene e lunghe chiacchiere fra di noi e con il nostro mentore. Lunghissime ore di arte e scambi che accendevano l’intelletto, anni che ricordo con grande amore come fra i più creativi e formativi per la scena, la cultura e la vita.

Sentii parlare allora della Turchia e del poeta turco Nazım Hikmet; molto distrattamente sentii anche parlare di Istanbul per via di un nostro compagno turco, ma in effetti non detti mai troppa importanza alla produzione poetica turca, né al suo teatro, né alla Turchia stessa (sic!). Solo un suono mi colpì moltissimo, uno disco particolare che mi capitò fra le mani sotto forma di cd masterizzato, con qualcosa scritto a mano con un pennarello verde di cui capivo solo che ci fosse di mezzo la poesia di Hikmet.

Una voce forte maschile squarciava la mia casa quando lo ascoltavo ripetutamente incantata dal suo suono potente, drammatico e ironico che si intrecciava con musica contemporanea dal sapore orientale.

La vita è così, passa da casa e ti lascia un disco che anni dopo si rivela un anello di connessione fra anime e destini.

Da circa un anno sono stata coinvolta in un progetto di musica improvvisata insieme al mio compagno e altri musicisti di Istanbul e per caso, alcune nostre registrazioni si sono incrociate con la voce di Tuncel Kurtiz che era scomparso da poco.

Da lì è arrivata l’amicizia con la sua compagna e poi una performance che siamo stati chiamati a fare sulla sua tomba colorata di fiori (eh, sì) nel primo anniversario della sua morte. Un modo di ricordarlo che gli sarebbe piaciuto, con tutti gli amici e i parenti raccolti, la sua voce che recita da un amplificatore e si intreccia con la nostra musica.

Abbiamo passato alcuni giorni a in compagnia delle compagna di Tuncel e di amici intimi e parenti. Piano piano scoprivamo tramite i loro racconti la persona che eravamo ad omaggiare. E’ stato molto intenso ed intorno ad una tavola durante una colazione la compagna di Tuncel mi ha regalato la ristampa di Şeyh Bedrettin Destani, una performance dell’attore con musica improvvisata sul poemetto di Nazım Hikmet.  In quel momento ho ricollegato la voce di Tuncel Kurtiz con la descrizione di quel disco e ho realizzato quello che stava succedendo: il disco con la scritta in verde aveva finalmente un nome..la voce di Tuncel con cui adesso stavamo lavorando era già entrata rumorosamente nella mia casa di Via Erbosa parecchi anni prima! Ci siamo tutti emozionati e nei giorni seguenti tutti gli ospiti mi hanno raccontato che intorno a questo incredibile personaggio girano sempre una serie straordinarie di coincidenze.

Adesso siamo appena tornati da un viaggio a Ayvalık e poi a Balıkesir dove abbiamo lavorato ad altre registrazioni con la voce di Tuncel che porteranno alla registrazione di un disco.

Bello vedere la vita che si incastra e si compone come un puzzle a tua insaputa…

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Nelle foto:

performance per l’anniversario della morte di Tuncel Kurtiz, Balikesir 27/09/2014

con Uygur Vural (cello) and Serdar Ateşer (audio)

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Primavera a Istanbul: DuoSubRosa news

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A Istanbul è primavera.

La primavera dell’anno scorso, la prima che ho passato qui, rappresenta per me uno dei periodi più belli della mia vita. Ho 31 anni, posso cominciare a dire delle cose del genere e a azzardare delle selezioni. Scoprire lentamente Cihangir, gli antiquari, Tophane, andare in giro per la città a registrare i muezzin, studiare al Salt Galata con vista mare… La città risplende di un fresco sole, l’ezan è portato in giro dal vento e le moschee sembrano svettare più in alto e più dorate e più maestose. La traversata del ponte è una poesia anche sul metrobus all’ora di punta e si comincia a sentire per strada il suono dei dadi e delle dei giocatori di tavla.

Adoro stare qui, specialmente in primavera.

Anche l’arte di risveglia. Sto seguendo l’Istanbul Film Festival a suon di 2 o 3 film al giorno, di mattina soprattutto quando le immagini si mischiano con i residui dei sogni.

Fra poco invece si terrà la seconda edizione del “Doğaçfest”, il festival di musica improvvisata che è nato l’anno scorso per la forte volontà di alcuni musicisti della scena dell’impro di Istanbul e che sarà quest’anno alla sua seconda edizione. Lo stesso festival, per una nota personale, che mi riportò prepotentemente a Istanbul l’anno passato trascinando con sé una serie di avvenimenti fondamentali per le mie scelte venute in seguito.

Il Festival durerà 3 giorni, noi suoneremo il 23 con il DuoSubRosa e poi tanti amici e ospiti internazionali.

Tutto gratis. Ecco un articolo turco sull’evento che parla anche di noi.

http://www.milliyetsanat.com/haberler/muzik/-dogaclafest-ii-nisan-da-tunel-de/3813

e qui invece l’evento di FB .

Il 13 di Aprile invece  saremo ospiti di un programma per una radio di Ankara per il quale abbiamo preparato una play list della musica che stiamo studiando, imparando, saccheggiando di melodie e spunti creativi…potete seguire l’evento in diretta sul sito di Radyo Odtü, http://www.radyoodtu.com.tr.

L’ultima novità che riguarda DuoSubRosa è la nascita del nostro nuovo blog.

E’ qui vicino di casa su wordpress, sarà completamente in inglese e raccoglierà tutto il nostro materiale e le nostre news.

Eccolo qui, ancora in allestimento ma già online: http://duosubrosa.wordpress.com/

Buona primavera.

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Istanbul: lingue, canti, parole e cantastorie curdi

Marco Polo sfoglia le carte, riconosce Gerico, Ur, Cartagine […]  Ma parlando di Troia, gli veniva d’attribuirle la forma di Costantinopoli e prevedere l’assedio con cui per lunghi mesi la stringerebbe Maometto, che astuto come Ulisse avrebbe fatto trainare le navi nottetempo su per i torrenti, dal Bosforo al Corno d’Oro, aggirando Pera e Galata.

Calvino, letto nel letto la mattina mi dà l’ispirazione per iniziare la giornata e aggiunge poche righe alla mie collezione di pensieri letterari su Istanbul. Qui fra Pera e Galata e i tre lembi di terra si parlano molte lingue e io sguazzo nelle eco delle molte culture che ogni giorno si intersecano con la mia vita. Istanbul si apre a te quando arrivi ma poi si richiude, inglobandoti nel suo labirinto di tempo e spazio e ti mette alla prova. Mille porte ogni giorno possono essere aperte, porte nascoste fra le erbacce e dietro gli angoli e ognuna di esse apre su un suono, un’etnia dimenticata, un mendicante che canta in armeno. Oggi Istanbul mi sembra una delle Città Invisibili. Così vicina, così ancora misteriosa. La città dove volevo andare, la città dove sono. 

Parlo in italiano con la mia amica brasiliana, lei nella sua lingua e tutto fila liscio. Grazie a Chico Buarque e a Caetano Veloso per avermi insegnato un po’ di portoghese. Il mio inglese sta migliorando e peggiorando poiché i buchi nella memoria sono colmati da parole turche, o italiane, sperando bene che la radice latina faccia il suo lavoro.  Mi sono misurata con il turco nel canto e con la lingua del Mar Nero, l’armeno è  misterioso e il curdo è spigoloso ma mi sono così affini le melodie di questa cultura…

La settimana scorsa ho assistito ad un concerto di cantanti curdi  che  parlavano in maniera del tutto naturale solo nella loro lingua, seduti intorno ad un tavolo con bicchieri di thè nero, lei con un vestito paillettes lui con le scarpe appena lucidate brillavano in mezzo ad palco che aveva l’aspetto di un salotto di casa.

Dengbej Xalide e Dengbej Bedredin, appartengono alla classe dei cantastorie, dei poeti Dengbej appunto, che tramandano la tradizione curda e la loro storia attraverso antichi canti epici. Cantano a cappella come i nostri poeti maremmani che fanno ottave di endecasillabi, o con lievi bordoni strumentali e dalle notizie che mi sono arrivate come questi ultimi anche il loro ruolo comunitario è di fondamentale importanza. Per capirne la poesia è chiaro che bisognerebbe conoscere il curdo molto bene; sono poeti e le parole sono fondamentali, descrivono l’amore, la loro storia e i conflitti del loro popolo. La poesia orale è uno strumento importante per tramandare la storia di una comunità  tanto più se ha una storia travagliata come quella del popolo curdo. E’ possibile ascoltarli adesso ad Istanbul ma in passato quest’arte era vietata come ogni manifestazione di lingua o cultura curda. Mi ricorda quando i miei poeti maremmani mi raccontavano di quando cantavano negli scantinati durante il fascismo…

La voce dell”uomo era potente e partiva da ogni punto del suo corpo, saliva e scendeva con morbidezza alternando frasi melismatiche e note lunghe. Un canto sul registro parlato con meravigliosi tratti melodici, incredibilmente suggestivo se pur non capissi una parola di quello che dicesse. Lei cantava magnificamente e si rivolgeva a lui come ad un maestro.

Purtroppo non ho potuto fare video e allora un assaggio dalla rete…

Absolute Darkness – Concerto nel buio – 1 Dicembre @ Karanlık İşler

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Appena mi hanno proposto di partecipare a questo concerto sono stata entusiasta ed ho accettato subito, per il luogo interessante, per la meravigliosa compagni di ottimi musicisti e per l’idea in sé. Via via che si avvicina la data sto cominciando a realizzare di cosa si tratta e che suoneremo completamente al buio per almeno un’ora e mezza. Niente contatto visivo, niente possibilità di “barare”, niente comunicazione gestuale: buio e basta. Strano no?                                                   Sono in preparazione melodie tradizionali italiane e turche oltre che una parte di musica improvvisata.                                                                                                                                                      Se siete da queste parti non mancate questa esperienza sensoriale molto particolare.

Di seguito “rubo” il post di Korhan che ha scritto sull’evento. Saremo al Karanlık İşler, nel quartiere storico di Tunel, vicino alla Torre di Galata.

S. Ağıryürüyen, E. Lanfredini, U. Vural, K. Erel at Karanlık İşler, Dec 1

Have you ever performed in pitch darkness? I have not. Sumru Ağıryürüyen, singer and improviser extraordinarie, had the idea of us improvising and singing in total darkness to an audience at Karanlık İşler (Dark Dealings in English). We asked and they said yes. So, on December 1, 2013, Sumru, me, singer/actress/improviser Elisabetta Lanfredini and cellist/improviser Uygur Vural will play a concert of freely improvised music as well as songs from Turkey and Italy, ranging from an abstract instant of free improv to a lullaby from Italy followed by a song from the Aegean.

Come and “hear” us!

Sumru Ağıryürüyen: voice
Korhan Erel: computer, melodica
Elisabetta Lanfredini: voice
Uygur Vural: cello

Karanlık İşler is in the historic quarter of Galata in Istanbul. The concert will start at 8.00pm. Tickets are available at the door and cost 40TL, including a glass of wine.

GEZI RESISTANCE “On the street”

Io e Uygur Vural, artista e violoncellista turco che vive a Istanbul, stiamo lavorando ad un concerto/performance nato a Istanbul nei primi giorni di rivolta. Racconterà la nostra storia, quella in cui abbiamo cominciato a suonare ninna nanne e canzoni italiane in strada che ad un certo punto sono state avvolte da cori di strada e rumore di spari. Mascherine ed elmetti erano i nostri strumenti insieme a quelli musicali.

La storia quindi di Gezi Park, della rivolta turca che è ancora in atto, raccontata attraverso gli occhi di due musicisti di strada.

Prossime date sicure, altre ne arriveranno…

17 Luglio – Costarena, Bologna

18 Luglio – TPO, Bologna (in occasione di un’intera giornata dedicata alla resistenza turca, stay tuned, a presto i dettagli)

 

Abbiamo lanciato un appello su facebook e continuiamo a lanciarlo: staremo in giro 20 giorni, dal 10 al 30 Luglio, cerchiamo concerti e aiuto di ogni genere per portare in giro la nostra musica…ospitalità, contatti, inviti a cena, ingaggi per concerti…molte grazie, il nostro appello è stato ascoltato e speriamo che lo sarà ancora.

 

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La mia intervista sulla rivista DUEMILA-my interview on arts magazine DUEMILA

Nel numero di Maggio di Duemila, rivista di arte e cultura, è stata pubblicata una mia intervista sulle mie attività musicali e di ricerca…Modigliani in copertina è un grande onore! La rivista e’ uscita mentre ero in Turchia quindi ne sono entrata in possesso con molto ritardo. E’ strano vedere come le cose cambino in poco tempo: adesso mancano nomi, esperienze e progetti che hanno un posto speciale nella mia vita.

My interview on Duemila, magazine of culture and arts, number of May. Modigliani on the cover, such an Honor! It has been published when I was in Istanbul and it’s so strange to read it  now: in this short period many important things happened and it seams to me that I forgot to speak about important experiences and persons that in the meanwhile took a special place in my live…

E.

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Aggiornamenti di primavera inoltrata. Istanbul cap. 1 Bis?

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Quasi mi infastidisce la malinconia dei miei post precedenti. Alcuni dei miei racconti della Turchia sono così malinconici da ricordarmi la tristezza delle descrizioni di Pamuk. Tristezza malinconica che non sopporto. Sarà che durante questo nuovo soggiorno a Istanbul sta sparendo quella sensazione di sospensione e disorientamento che avevo i mesi scorsi. 

Sono qui da più di un mese, l’idea era di venire a riprendermi le mie cose e poi tornarmene in Toscana a finire la tesi, ma niente! ho lasciato partire il mio volo Turkish Airlines senza di me e mi aspetta uno scomodo economico volo Pegasus per rientrare in Italia in una data che a oggi non ho ancora deciso.

Sono venuta per partecipare ad un festival nella seconda metà di Aprile, Festival della Musica Improvvisata in cui ho suonato con i miei amici musicisti di qui. Da lì poi tante porte si sono aperte e inviti su inviti sono ancora qua.

La malinconia è sparita perchè mi sento che vivo qui, ho i miei amici, i miei luoghi, i miei progetti musicali e le mie cose da fare. Tornerò in Italia a sbrigare delle cose e poi di nuovo qui, senza incertezze.

Questa volta alloggio da amici nella pate più europea della città e ne vivo il lato più modernamente culturale. Mi imbatto ogni giorno in a gallerie d’arte, antiquari, musei,  festival e concerti di musica improvvisata. Adoro stare qui e andare a studiare nella modernissima biblioteca del Salt, poi uscire e bermi il succo di arancia dal venditore ambulante ad una lira.

Molte cose musicali si stanno muovendo, due giorni fa ho registrato una live session in studio con un trio di amici e non vedo l’ora di sentire il risultato. Per il resto continua la mia esportazione delle canzoni italiane tradizionali in Turchia e finalmente, già passati i trent’anni, sono diventata basker per la prima volta.

Suonare in strada a Istanbul è un’esperienza unica, musicale, umana e antropologica. Sotto la torre di Galata i turisti si mettono in cerchio e applaudono. Alle mie spalle la poesia della torre italiana e mi sembra di essere in un teatro d’opera. Sulla discesa di Tunel, fra i negozi di strumenti musicali e di frutta, i giovani si fermano ad ascoltare e a volte tirano fuori una bottiglia di vodka dalla borsa e ti offrono una bevuta. Le domande sono sempre le stesse: (suono in duo con un violoncellista) che strumento è quello? In che lingua canti? Le stesse domande per tutti, le stesse reazioni cortesi abbattono le differenze sociali. Il proprietario del negozio di vestiti davanti al nostro angolo saluta ogni sera e lascia cadere manciate di spicci nel nostro cappello. Lo spazzino fa aspettare il camion e si ferma allegro ad ascoltare e poi chiede le stesse domande di tutti.

Un capitolo a parte andrebbe adesso aperto per i bambini. I bambini che fanno inchiodare tutta la carovana dei parenti per fermarsi ad ascoltare. Quelli che ti sorridono e poi si nascondono e quelli che arrivano ad un centimetro da noi e rimangono lì come statue di sale.

Primo capitolo dunque di un avventura nuovissima che sfocerà, se il fato non fa scherzi, in un trasferimento vero e proprio in settembre.

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Gli ombrellini trasparenti e le Türkü Evi. Istanbul cap. 10

(Dai miei appunti di viaggio. Dicembre 2012.)

Pioggia e vento, vento e pioggia, ombrellini trasparenti da 3 lire turche e mezzo che si aggirano avunque per la città. Sono troppo piccoli e poco resistenti ma almeno si vede il cielo attraverso, e anche il mare e i taxi che scivolano sulla strada bagnata.

Su Moda Caddesi il fornaio è sempre aperto, chiude la porta adesso  che è freddo e lavora in cannottiera come un muratore. Mi viene ad aprire la porta, mi sorride e stavolta mi risparma la lista delle squadre di calcio italiane che sa a memoria. Indica il pane che prendo di solito e dice qualcosa che non posso comprendere. Frugo velocemente nel mio piccolo vocabolario mnemonico: “küçük” e mi guardo intorno cercando un pane più piccolo. Questa deliziosa parola apre un mondo alle sue spalle fatto di pane appena sfornato che il mio fornaio prende con le mani e ripone in una grezza busta di plastica – che però chiamano poşet (da leggere alla francese) e solo per questo assume tutta un’altra aria.

Chiedo quanto cosa ma bastava allungare una lira: quel pane non supera mai il prezzo di una lira ma mi va di interagire con il mio poco turco e mettere alla prova la mia comprensione della risposta.

“Elle kuruş”. Perfetto, sono stata fortunata. Capito tutto. Tamam? Tamam. Allungo la stessa lira e prendo i 50 centesimi di resto, saluto e ringrazio come se sapessi la lingua.

Tengo stretto l’ombrellino e il pane caldo al petto come se qualcuno fosse in agguato per rubarmelo, o come una borsa dell’acqua calda, che non ho e non ho mai avuto.

Istanbul mi manca già. Mi manca forte nella pancia.

Questi ultimi giorni le sto appiccicata come un innamorato che sta per partire. Il mio amico curdo dagli occhi chiarissimi ha capito tutto della mia malinconia e mi ha guidata negli angoli più remori di Beyoğlu, scegliendo ogni scorcio con attenzione. Con pazienza abbiamo cercato un posto dove sederci fino a finire in una tipica Türkü Evi nella zona dove ne trovi una ad ogni angolo. Funziona così a Istanbul, le strade sono tematiche per le attività commerciali, così se cerchi un antiquario non devi far altro che imboccare la strada degli antiquari, e se cerchi uno strumento musicale, quella degli strumenti musicali e così via…

Le  Türkü Evi sono i bar che offrono ogni sera concerti di musica tradizionale, sono affollate e piene di fumo: il turco medio di solito nei locali infrange “con educazione” il divieto di fumare facendolo a turno.

Scorrono rakı e canzoni, canzoni e canzoni suonate con passione dai due musicisti con saz e chitarra. Voci bellissime e io sobbalzo ogni volta che conosco una melodia. La gente canta e lascia post-it sul leggio con le richieste musicali, l’aria è di festa e questa musica avvolge tutto compreso i miei pensieri.

Fra qualche giorno si torna in Italia e poi si vedrà. Ho scelto di rompere la routine della mia vita bolognese, ho scelto di partire senza appigli e vedere che succedeva; alcune cose mi chiamano forte in Italia, altre qui, mentre altre ancora mi scacciano da Istanbul. Sta per scadere il terzo mese e con lui il mio visto. Sento il destino che si plasma sui miei rapidi cambiamenti, è un momento di passaggio ma è pieno, pieno di vita.

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Il sapore delle carrube. Cap.9: Istanbul nella memoria

Nella dispensa i sacchetti di carta marrone ruvida della strada del mercato di Kadıköy. Ce ne sono vari dal mio ritorno da Istanbul, ma solo da pochi giorni mi avvicino a intrufolarci le dita. Datteri, tè, albicocche e frutta secca. E carrube. Mia madre ne va pazza mia padre dice che sono buone solo per i cavalli.

Le carrube se le mangi tutti i giorni non sanno di niente e ti sembra di essere pazzo. Pare di mangiare cartone e sono convinta che diano anche una sorta di dipendenza, forse dal rumore e dal gesto.

Oggi avevo voglia di quell’odore dei sacchetti magici proveniente dall’Asia e la mia scelta è caduta su una piccola carruba. Lucida e appuntita.

Il primo assaggio è stato fatale. Il rumore e il sapore intenso quasi di cioccolato mi ha completamente stordita. Ero già uscita di casa e ancora ero in balia di quel sapore forte e della strana sensazione di quei semi duri e lisci che ti rimangono in bocca. Sapori di Istanbul.

Sono in pausa e la Toscana mi culla in questo limbo. Una pausa di viaggio, un riposo sull’isola felice del Chianti, lontana dal trambusto del mondo.

Le provviste stanno finendo e mi sento un naufrago sulla zattera.

Mio padre mette il Rakı nel caffè, i peperoncini gialli piccantissimi sono sempre sulla mia tavola e ho trovato la scatola dei Turkish Delight vicino al computer di casa stamani. Il pepe per la bistecca si macina col macinino  bronzeo da caffè che ho preso a Kapalı Çarşı.

Istanbul è penetrata nella mia vita e la sua energia ha scavalcato i pregiudizi di un mucchio di toscani testoni e campanilisti. L’odore della polvere rossa della çorba regna nelle nostre minestre.

“Dal Bosforo saliva odore di tempesta…”

Istanbul è canto, è sogno, è terra bagnata.  E’ iyi geceler askım, è iyi bayramlar e Hoşgeldin che è la mi a parola preferita. E’ le sue vocali armoniche e le sue voci sicure. E’ tutta la musica che ho portato via. E’ il canto del muezzin che se lo sento al cinema mi si stringe lo stomaco e tutte le cose che ho lasciato là come pegno d’amore.

Istanbul è lontana come un’amante,                                                                                                 ma da lontano ci si ama di più.

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Eminönü e il feribot, una mattina a Istanbul. Istanbul, cap. 8

(Dai miei appunti di qualche giorno fa…)

Sul feribot stamattina c’è allegria nonostante il brutto tempo.

Sarà l’innamoramento dei primi mesi ma qui mi sembra bellissimo anche con queste grigie nuvole nere e la foschia che nasconde le moschee della Città Vecchia.

Due uomini coi baffi cantano canzone turche e nell’indifferenza di molti io sbircio fra le teste per godere al meglio lo spettacolo e non nascondo un sobrio sorriso gioioso. Sono allegri e cantano, c’è anche un amico che fa un video e i camerieri scorrazzano servendo çai nei tradizionali bicchierini.

Qualcuno dell’equipaggio ad un certo punto si avvicina ai due uomini, si siede ed evidentemente li prega di smettere di cantare. Sembra essere per lui un ruolo scomodo infatti per dare il triste annuncio si siede vicino a loro e cominciando a parlare amichevolmente, come a voler alleggerire il suo dovere antipatico.

Il canto è cessato ma continuano risate allegre.

Qualcuno da un’altra parte rovescia un çai per una piccola scossa della nave: il cameriere si avvicina e si scambiano delle parole mentre pulisce sorridendo. C’è cortesia e tutto procede tranquillo.

Vedo Topkapı che si fa spazio in mezzo alla foschia e fremo perchè è lì che mi dirigo oggi, in gita al palazzo dei sultani.

La traversata del Bosforo è sempre un’emozione, anche al terzo mese di soggiorno e oggi è sembrata anche più breve. Eminönü. Siamo già arrivati. Tutti si apprestano a scendere, compreso me.

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