(Post del Primo Maggio.)Rime inedite e censurate: intervista a Benito Mastacchini.

Canta’ il Maggio a noi ci piace,

lo cantiamo da bambini,

perché i vecchi maggerini

son caduti per la pace.

 

Oggi per festeggiare il Primo Maggio voglio postare questo articolo che mi è stato commissionato per i Fogli Volanti dell'ultima Festa della Poesia di Ribolla.
Un'omaggio ad un poeta delicatissimo, uno dei miei nonni acquisiti trovati giù in Maremma che a quest'ora starà proprio girando per quelle terre con un cappello di fiori in testa a cantare rime sulla pace.
Buona lettura.
EL.

 

Rime inedite e censurate: intervista a Benito Mastacchini.
Ritagli e rimasugli da un lavoro di tesi.

 

Nel raccogliere il materiale per il mio lavoro di tesi del 2008, mi rendo conto che si potrebbe scrivere un’interessante storia d’Italia attraverso le ottave di tema politico e di attualità.
Se si volesse cercarle, senza neanche troppa attenzione, non sarebbe difficile mettere insieme un cospicuo numero di rime straripamenti di informazioni e coordinate storiche anche molto precise – con date e nomi di politici e personaggi pubblici – per stilare un’originale antologia di avvenimenti storici attraverso il dispiegarsi dello sguardo critico dei poeti. Oltre alla consultazione del materiale di archivio – dove per archivio si sa, quando si parla di ottava rima si intendono anche le tasche, i taccuini nascosti nei cassetti, ricevute che sul retro nascondono ottave trascritte di fretta – in occasione della ricerca per la tesi ho potuto fare una lunga chiacchierata-intervista con Benito Mastacchini e attingere così all’archivio mnemonico di uno dei più autentici rappresentanti della poesia improvvisata. Un “artista popolare” dalla sensibilità spiccata e raffinata, attento ai meccanismi sociali e sempre all’erta a ciò che accade nel mondo. Arrivo a Suvereto da Benito ché sto cercando di capire il ruolo storico dell’ottava rima nella comunicazione comunitaria; sto cercando “una prova” del suo potenziale comunicativo nel continuo incontro con censure e restrizioni. Mi interessa il periodo fascista con la complicata strumentalizzazione applicata all’ottava rima e tutto il periodo immediatamente seguente. Benito porta con sé un nome che è già una storia di censura e costrizione; un nome imposto che fu la salvezza del padre dalle botte (“uno schiaffo e una pedata….uno schiaffo e una pedata…”) che prendeva ogni giorno quando scendeva in paese. Nasce nel ‘29 e in qualche modo si dispiace all’inizio dell’intervista di essere “troppo giovane” per poter raccontare “storie fasciste” se non attraverso i ricordi di un fanciullo. Non ha importanza: i ricordi del Maggio cantato durante il conflitto mondiale e le storie del dopoguerra che piano piano comincia a snocciolare fra i racconti sembrano fare al caso mio. Benito il Maggio comincia a cantarlo da ragazzino e lo continua a cantare anche dopo la guerra – sino a oggi – quando comincia anche a scrivere quartine e ottave di suo pugno.
C’era anche qualcuno che era fascista ma i poeti, quasi tutti, il 90 per cento erano contro il fascismo.


…per il Maggio guai! Guai cantare ottave sovversive al regime che c’era! S’andava
clandestinamente da una casa e l’altra, quando si sapeva che in una famiglia c’era un fascista si
passava di lungo…Una volta a Castagneto Carducci, c’era una squadra di maggerini che trovò un
posto di blocco e gli chiesero in dove andavano, e loro: -si va a canta’ il Maggio.
-E’ proibito il Maggio, tornate a casa che sennò sono legnate!
Una volta s’arriva da una famiglia, cominciano a sonare, cominciano a cantare e poi ci dicano:
– fermi tutti! Qui non si può cantare!
Aveva avuto ordine lui…o dal padrone o chi per esso di non riceve nessuno perché dice:
-questi vengano a fa’ la politica antifascista…
Ne sono capitati di questi fattarelli…anche troppi.

Il primo Maggio che ho scritto era subito dopo guerra, avevo quindici-sedici anni, dice:

Canta’ il Maggio a noi ci piace,
lo cantiamo da bambini,
perché i vecchi maggerini
son caduti per la pace.

Sfogliando la nostra antologia rimaniamo adesso nell’immediato dopoguerra dove ci ha condotti Benito con la sua quartina d’esordio. Il regime è caduto ma l’argomento è ancora delicato. Benché tanto si parli del fascismo e della guerra, aleggia ancora sulla libertà di parola dei poeti un’ombra di censura: politica e morale.

– Pubblicava anche i fogli volanti?
– Si, subito dopo guerra. Tanto è vero che c’ho una storia che non è mai stata pubblicata.
La storia “Padre e Figlio”…me la censurarono. Parla del rapporto fra un padre e il figlio….il padre era stato fascista…e il figliolo no. Il commissario a Piombino mi disse che era troppo offensiva. Dice così:
(prime due ottave)

Figlio:

Padre da me godeste brutta stima
con codesto vestire tanto nero
spero tre giorni o se no prima
che ti faccia morire per davvero
e voi dal fondo ed io sull’alta cima
sul vostro corpo dentro un cimitero

ci faccio scalpellar un marmo quadro

e qui ci scrivo qui ci dorme un ladro.

Padre:
O amato figlio nobile e leggiadro
Spero m’accolgan nel regno celeste
Fui galantuomo e non feci il ladro
E vissi sempre da persona oneste
Quando arrivo mi mettano nel quadro
e al paradiso mi faran gran feste
godrò quelle dolcezze senza scherno
in braccia a Giuda a Cristo o al Padre Eterno

Questo episodio non rimase isolato: il Commissario di Piombino non dette l’autorizzazione neancheper la diffusione  del poemetto “Critica Politica”, pubblicato in parte in un recente libro dedicato a Mastacchini. Anche “Trenta Contadini Organizzati” rimase nascosto e inedito: Benito scrisse questo poemetto insieme al poeta Giuseppe Pagani di Grosseto che con lui girava a cantare per fiere e mercati.La storia è perfetta per la nostra antologia: una cronaca in rima come si usava ai tempi con tanto di lista dei nomi dei protagonisti. Il poemetto apre una finestra narrativa sulla questione delle organizzazioni contadine nel dopoguerra. Un racconto “epico” sulla rivendicazione dei diritti dei lavoratori agrari; Benito aveva 18 anni e faceva anche lui parte della Lega dei Contadini. Lo pubblichiamo oggi nella sua interezza, trascritto dalla diretta voce di Benito: l’unica forma in cui era reperibile fino a adesso.

Un omaggio ad un poeta squisito e alla sua libertà di pensiero.

I
Se il talento poetico mi assiste
Con rime giuste e versi sopraffini
Io canterò di quant’oggi ne esiste
L’adunanza dei trenta contadini.
Eran segnati tutti nelle liste
per far consiglio in casa de’ Nardini
eran Guido Bastiano e Pasqualone
e tutti gli altri a fa’ molta attenzione.
III
E pur se lo si guarda il monte e il piano
Che tutto quanto noi si fa fruttare
Ci fa spargere sale e rame invano
E poi mezza parte ce la fa pagare.
Altre tasse ci son da mano a mano
Che ci fanno assai più ben sospirare
Pien di pensieri a logorarsi la testa
Poi in fondo all’anno poco o nulla resta.
Padre:
O amato figlio nobile e leggiadro
Spero m’accolgan nel regno celeste
Fui galantuomo e non feci il ladro
E vissi sempre da persona oneste
Quando arrivo mi mettano nel quadro
e al paradiso mi faran gran feste
godrò quelle dolcezze senza scherno
in braccia a Giuda a Cristo o al Padre Eterno
II
Incomincia la grande discussione
dicendo Guido “Cari miei compagni,
noi si lavora tutta la stagione
e non si vedon mai i nostri guardagni,
quando s’arriva ai saldi col padrone
a forza di sospiri pene e lagni
ci tira i conti di sua propria mano
ci resta sempre da pagagli il grano”
IV
Allora Gino coll’idea più desta
Disse: “dobbiamo riforma’ un pensiero
Senza indugiare facciamo alla lesta,
Andiamo dal padrone per davvero
A dirgli -Sor padron non piace questa,
Lo vedi si lavora un anno intero
e dopo non da a noi quel che abbisogna
ci dica un po’ se non gli fa vergogna?-”
V
Risponde Pasqualon quella carogna:
“Domani vado a trovarlo al palazzo
Se non acconsentirà come abbisogna
Comincerò per mio farmi da pazzo.”
Bravo Pasquale, la tua testa ‘un sogna
Dissero: “vai, sei un bravo ragazzo
Di pensieri e compagni ti saremo
Se non ti accorda sciopero faremo.”
VII
Lui gli risponde “Sì, è a colazione
Salite pure senza aver riguardo
Allor per ispiegar la sua ragione
Sale le scale e non facea ritardo
Giunto in salotto saluta il padrone
E lui sul contadin volge lo sguardo
A seria faccia “che cosa vuol lei?”
Disse Pasquale “parlare con lei”.
IX
“Pasquale non parla’ da prepotente
Se no ti do licenza dal podere
Le tasse che io t’impongo certamente
Per qual motivo lo dovrai sapere
Bada a non far il furbo violente
Che son tassato anche io più del dovere
E per farla più corta in casa mia
Se ti piace è così se no va’ via.”
XI
“Non crede’ Pasqualone mi sgomenti
Che chi è padrone non perisce mai
Se tu vai via ce ne viene venti
A chiedermi il podere lo vedrai.
Un giorno poi verrà che te ne penti
Quando a pigione ti ritroverai
Io l’usanza di novo ci rimetto
Se tu va’ via un altro ce lo metto.”
XIII
Allora Carlo Antonio e Fortunato
Pietro Giavanni Girolamo e Modesto
Arturo Valentino con Renato
Meo Guerino Salvatore e Ernesto
Santi Tito Francesco con Donato
Linto Gano ‘Drea per far più presto
Oreste Gigi Stefano e Geppone
Fiore Lorenzo Gino e Cesarone
XV
E li fece passar dentro il locale
“O contadino cosa c’è di nuovo?”
“Noi siamo dell’idea di Pasquale
Di lasciar vacche, buoi, podere e giovo”
Il padrone risponde naturale:
“State sotto di me questo vi approvo
Le spese che ci sono annualmente
Le pago io voi non pensate a niente”
VI
La mattina di poi giunta all’estremo
Pasqualone partì severamente
Per la strada diceva: “non temo”
Giunto al palazzo bussa col battente
Si affaccia il servitore detto Demo
Un omo allegro con faccia ridente
Dicendogli “Buongiorno Pasqualone”
Lui fa domando se c’era il padrone.
VIII
Incomincia a parlare, dicendo “lei,
senta padrone” diceva pasquale
“noi siamo trenta sottoposti a lei,
se l’uno soffre e l’altro sta male
lei fa dei pranzi e passa giorni bei
l’ore nell’ozio a leggere il giornale
a noi impone le tasse giornalmente,
si arriva in fondo e non ci resta niente”
X
Pasquale allora pien di bizzarria
Disse: “così non vo’ più lavorare
Per mantene’ sua grande signoria
E la famiglia mia sta a sospirare
Dunque arrivederlo, vado via
Lei faccia pure un po’ come gli pare
Prima resti fra i debiti e gli stenti
Io vado a lavora’ per altri venti.”
XII
“Padrone lo vedrà sarà costretto
A condiscende’ nei giusti doveri
Se non leva le tasse gli prometto
Che i contadini lasciano i poderi.
Addio padrone basti quel che ho detto
Sono pronti i compagni di mestieri”
E appena a casa lui ci fu arrivato
Racconta a tutti gli altri il risultato
XIV
E tutti uniti insieme a Pasqualone
Circa le dieci avanti e mezzogiorno
Direttamente vanno dal padrone
Onestamente senza dare scorno
Il ministro affacciato era al balcone
Li vide i contadini tutti intorno
Tutti unito in mezzo al piazziale
Disse il padron “me la vedo male”
XVI
Dunque avete sentito grata gente
Di questi contadini organizzati
Si risolve la parte conoscente
Hanno ottenuto e non so più tassati.
Vivano in pace lieti allegramente
Dentro i suoi campi a coltiva’ i su’ prati
E così del sudor trovano i frutti
Questo ci basti per lezione a tutti.

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La mia tesi sull’ ottava rima da scaricare in rete.

la mia tesi
E’ giunto il momento che rimando da due anni come una di quelle cose che stanno lì e non ti decidi mai di sistemare.

Visto che sempre più persone mi stanno chiedendo di consultare la mia tesi, ho deciso di eludere tutti i limiti invalicabili della burocrazia universitaria e mettere a disposizione qui e ora il mio lavoro di tesi.

Avvertenze.

Come ogni tesi che si rispetti rileggendola già dopo i primi due mesi  non ne ero più soddisfatta. A distanza di due anni ci sono delle cose che trovo veramente ingenue e accademiche; ci sono però anche delle cose interessanti, soprattutto per quanto riguarda le interviste e i documenti di archivio che ho raccolto, quindi servitevene per attingere a questo tipo di materiale.

Eccola qua, la potete scaricare da questo link. Se non ci riuscite scrivetemi.
(A volte gli upload fanno i capricci)

A PAROLE MI AVREBBERO BUTTATO IN PRIGIONE.
Aspetti sociali e politici del canto in ottava rima attraverso le parole dei poeti.

Tesi di laurea di Elisabetta Lanfredini in Etnomusicologia. A.a. 2007-2008

Relatore Nico Staiti.

Alla tesi era allegato un video, potete trovarlo insieme agli altri che ho realizzato da un paio di anni a questa parte sotto la tag “Ottava Rima”, e poi spulciando youtube nel canale di Bettabu…
comunque ecco ancora il link diretto alla pagine del blog:

Documentario video allegato

Buon divertimento!

œFiume che scendi giù dal Bolognese€. Ottave. Pensieri retrospettivi 2.

Settembre corre forte e a Bologna molte cose fervono e si preparano per la stagione nuova.
Un po' di silenzio per occuparmi ancora un po' dei mie poeti che non vedo da parecchi mesi ma che penso sempre. Tra poco ci vorrà un nuovo peregrinaggio in Maremma ma per adesso mi accontento di sfogliare pagine di rime popolari e pensare a cosa potrei cercare e trovare nella mia prossima discesa in Toscana.
In questi giorni metto in ordine i vecchi libri, gli opuscoli e i fogli volanti. Avevo dimenticato di postare il secondo articolo che ho scritto sulla gita dei poeti estemporanei a Bologna, ormai quasi un anno fa. Mi chiese di scriverlo Corrado Barontini per il plico di fogli volanti che ogni anno vengono stampati in occasione della festa di Ribolla, una sorta di piccolo aggiornamento suglii ultimi eventi e ricerche relativi all'ottava rima.
Con molte malinconie ve lo copio di seguito.

 “Fiume che scendi giù dal Bolognese”
 Ottave a Bologna. ‘Suoni dal Mondo’ 2009.

Appaiono timidi i poeti estemporanei. Stretti fra loro, li vedi scambiarsi poche parole in piedi con le mani in tasca nei pantaloni di velluto. Mani ruvide da grandi lavoratori, si scrutano attorno con sguardi curiosi da poeti. A Bologna li aspettavamo con ansia.
Sono sbarcati tutti insieme il 6 Novembre 2009  nel grande piazzale di Via Azzo Gardino salutandosi da fratelli; li ha accompagnati in trasferta un capitano d’eccezione che non poteva essere che Domenico Gamberi. Ancora lui. Lo stesso che, a capo dell’Associazione Culturale “Sergio Lampis – Improvvisar Cantando”, dei poeti ha fatto una famiglia e non fa che cucire rapporti e far la guardia anche di notte al fuoco ancora acceso della tradizione del canto a braccio.
Bologna la vecchia, non ha familiarità col canto improvvisato, ma annualmente è ospite e spettatrice di alcune fra le più ricercate tradizioni popolari musicali a livello internazionale che il Festival “Suoni dal Mondo” le offre ormai da vent’anni. La direzione artistica da alcune edizioni è curata da Nico Staiti, etnomusicologo e docente universitario, che ha fortemente spinto per far tornare gli improvvisatori a cantare a Bologna. Sono passati quasi quindici anni dalla famosa lezione tenuta da Altamante Logli con Francesco Guccini nel ’95 presso l’ Ateneo bolognese ed era tempo che l’ottava tornasse in città.
Benito Mastacchini da Suvereto (LI), Emilio Meliani da Santa Maria a Monte (PI), Umberto Lozzi dalla macchia maremmana, Paolo Santini da Favischio (RI) e Pietro De Acutis da Bacugno (RI) vengono chiamati all’appello. La squadra è pronta ed è invincibile. Chi manca? Qualcuno abile ad intrecciare fili che con poche efficaci parole tessa gli interventi dei poeti, appassioni il pubblico all’ottava e lo accompagni nella comprensione della tradizione. Antonello Ricci. Lo chiamo. Accetta subito.
Il Festival organizza anche un incontro pomeridiano con il pubblico bolognese presso il centro anziani vicino all’auditorium dove i poeti si esibiranno alla sera. C’è un lungo tavolo e sedie di plastica. Vecchi quadri. Un bar alla mano al piano di sotto. Partecipano gli anziani del centro, studenti e curiosi. Gente simpatica. Forse è solo un’idea ma questo posto ha qualcosa che ricorda la sala ARCI di Ribolla. Sarà di buon auspicio.
Gli improvvisatori si siedono e si raccontano. Pochi sorrisi e si rompe il ghiaccio. Discorsi sull’essenza della poesia a braccio e su questo misterioso essere vati: “Ogni poeta canta per il bene dell’umanità” (Benito). Si raccontano storie di ottave cantate in risposta ad un nastro registrato e delle prime emozionanti rime improvvisate in pubblico davanti ai propri maestri; storie che sono già poesia in sé. In versi ci si prende in giro sulle diverse provenienze geografiche. Un classico: “Di esse’ un gran poeta un lo pretendo / Ma il mio suolo toscano e lo difendo” (Puntura).
Qualche domanda, qualcuno del pubblico si commuove, applausi e poi alla sera.

Una serata forse un poco strana
Non si canta nell’ambiente consueto
Ma un pubblico c’è qui che ti risana
Ti fa sentire forse d’alto ceto.
A volte questa rima sembra vana
E senti dentro qualche cosa inquieto
Ma questo affetto che ci va lontano
Quest’attenzione ci prede per mano.

Così con voce profonda e delicata al modo tipico dei laziali, Pietro esordisce con la prima ottava di saluto della serata. Quell’aspetto timido e riservato dei poeti si scioglie presto in scorrevole poesia.
L’iter dell’esibizione è quello classico, rodato certo, ma mai scontato quando si è in trasferta. Si susseguono alcuni contrasti su temi tradizionali come Il Sole e La Luna, sul quale i due ospiti laziali ricamano immagini raffinate. La scelta del tema di attualità cade sul caso Marrazzo che viene interpretato da Emilio e Benito in un contrasto tagliente ed animato: “Mi so’ dimesso, c’ho la mia vergogna / Qualcun altri di farlo non si sogna. ” (Emilio).
Intanto le mani escono dalle tasche e adesso disegnano ampi gesti decisi. I silenzi si trasformano in necessità, ormai è la Musa che guida: Benito di sua iniziativa regala al pubblico alcune sue poesie recitate a memoria, mentre Pietro vuole omaggiare Bologna cantando un’ottava del Guerrini: “Fiume che scendi giù dal Bolognese/ Fiume dall’acqua cristallina e cheta / O caro fiumicel del mio paese / Tu sol m’hai fatto diventar poeta…”
“Come va?” Chiede spesso il Ricci al pubblico e con premura lo accompagna per mano ad immergersi nelle letture care ai poeti. Puntura ed Emilio recitano Dante, e via all’impazzata terzine e terzine a memoria mentre Pietro orna di note le imprese del Furioso.
Compaiono bigliettini bianchi. Come da tradizione tocca al pubblico scegliere i temi dei contrasti; ci vogliamo provare anche in Emilia Romagna. Gli spettatori sono divertiti dalla proposta e s’immergono nel gioco; sottovoce si chiedono in prestito penne e matite e stanno lì a pensare, attenti a non farsi rubare l’idea dal vicino.  Funziona. Vengono proposti moltissimi contrasti validi fra i quali scegliamo La Musa e La Televisione, quello più adatto che permette di agganciare il tema del progresso e della tradizione. Paolo e Benito si guardano intorno e fra di loro. Qualcuno dovrà cedere l’amata Musa al compagno: “Io sono un vecchio n’avrà compassione / Allora prendo la televisione”(Benito).
Applausi, risate.
“Ormai siamo arrivati proprio in cima /  Credo che finito sia quel bel clima”(Emilio).
Restano solo i saluti. In ottava al modo dei toscani seguiti da una carrellata di terzine come si usa in Alta Sabina. Con ciaramella e tamburello i laziali si apprestano a chiudere la serata in gran festa. Pietro gonfia il suo strumento di pelle e soffia forte.

Eri una pecorella lassù in montagna
E mo sei diventata una zampogna
Da viva, mamma mia, eri una lagna,
stasera invece suoni qui a Bologna

È facile cantar pel cantatore
Guardatelo però chi sta a sonare
È diventato come un compressore.
(Paolo)

Sembra di stare a casa. Il pubblico è felice. Nico in prima fila sorride sotto i baffi. Domenico filma fino all’ultimo secondo con la sua telecamerina.
Con questa collaborazione si è creato un ponte d’acciaio attraverso l’Appeninno che unisce decisi appassionati e custodi delle tradizioni popolari, di quelle cose vere che si formano spontaneamente fra la gente e che vanno conservate come si deve.  L’ottava poi, a guardarla bene, sembra sempre meno decisa a lasciarsi sopraffare dall’era digitale e invece sempre più dotata di una certa capacità di aprirsi oltre i soliti confini geografici. Il viaggio le si addice, la ringiovanisce e la rivela senza età.

Elisabetta Lanfredini

 

Il mio articolo su Toscana Folk!

Quest'anno per il Primo Maggio non sono andata in Maremma.
Sì, ahimè…una serie di imprevisti non me l'hanno permesso e ora sento proprio la necessità di parlare ancora di canto in ottava rima ma non ho neanche una foto o un piccolo video da postare. Uff.
Tra poco però, un po' di materiale sul Maggio 2010 arriverà da fedeli collaboratori…intanto per rinfrescarvi le idee su questa tradizione potete leggere questo post.

Nel frattempo volevo parlarvi di Toscana Folk.
Toscana Folk è la rivista del Centro Studi Tradizioni Popolari Toscane, un'associazione culturale nata a Firenze nel 1996 che si occupa di conservazione, salvaguardia e ricerca nell'ambito di varie tradizioni legate al territorio toscano ed in particolare al mondo contadino. Si occupa chiaramente anche di ottava rima e per l'edizione del 2010, il presidente dell'associazione Alessandro Bencistà, mi ha chiesto di scrivere un'articolo sulla trasferta bolognese dei poeti per il Festival "Suoni dal Mondo".
Ho accettato con moltissimo piacere e l'ho scritto ripensando con molta gioia a questo piccolo successo. Ve lo copio di seguito e se vi incuriosisce, potete ordinare la rivista sul sito di Toscana Folk dove troverete anche il catalogo con tutti i numeri arretrati e molte altre cose interessantissime per gli amanti delle tradizioni popolari.

Buona lettura. 🙂

  copertina-13

“Suoni dal Mondo” 2009: l’ottava rima va in gita a Bologna.  
      

Per tutti coloro che avessero a cuore la tradizione del canto in ottava rima, sembra che per il momento non ci sia nulla da temere, almeno finché l’Associazione Culturale Lampis “Improvvisar Cantando” continuerà a guadagnare successi come l’ultimo aggiudicatosi in Emilia Romagna. Con sede a Ribolla (Roccastrada, GR), e concentrata principalmente nella figura del presidente Domenico Gamberi, l’associazione si occupa da tempo della sopravvivenza, della salvaguardia e della genuina diffusione del canto in ottava rima, cominciando dal tenere i poeti in stretto contatto fra di loro, fino a mantenere forti rapporti con ricercatori, appassionati e studiosi provenienti da ormai tutto il mondo.
Doveva capitare prima o poi che si incontrassero, l’Associazione Lampis ed il festival bolognese di musica etnica “Suoni dal Mondo” che ogni anno esibisce alcune fra le più particolari tradizioni popolari mondiali, portando in una sala da concerto musiche ed esecutori assolutamente non avvezzi a questo ambiente. Il Festival è ormai alla ventesima edizione ma solo da qualche anno la direzione artistica è curata da Nico Staiti, etnomusicologo e professore all’Università di Bologna che ha voluto fortemente inserire nel programma 2009 una serata dedicata all’ottava rima.  
Con una stretta collaborazione fra lo staff di Bologna e l’Associazione Lampis, lo scorso 6 Novembre  siamo riusciti a portare in trasferta una ricca squadra d’ improvvisatori provenienti dalla Toscana e dell’Alto Lazio: Emilio Meliani, il distinto pisano dalle rime brillanti e taglienti; Umberto “Puntura” Lozzi, salace rimatore della macchia grossetana; Benito Mastacchini,  sensibile poeta anche di rime scritte; Paolo Santini, ottimo improvvisatore di ottave e terzine proveniente da Amatrice e Pietro de Acutis da Roma, esperto suonatore di ciaramelle e poeta dal canto vellutato.
Durante la serata si è facilmente creata un’atmosfera molto simile a quella delle occasioni locali di canto a braccio, grazie anche alla presenza di  Antonello Ricci, abile oratore almeno quanto scrittore, che nei panni di conduttore ha cucito gli interventi dei poeti accompagnando sapientemente gli spettatori nella comprensione della tradizione e del meccanismo del contrasto in ottava rima. Già dall’incontro pomeridiano il pubblico si è espresso in interventi interessati e pertinenti che hanno stimolato i poeti a svelare qualche curiosità sul loro esser vati per “dono di natura” e sui primi approcci che ebbero con la poesia. Tra questi vale la pena di menzionare il  ricordo di Emilio e del suo incontro da ragazzino con il grande poeta Vasco Cai che gli “lanciò” un’ottava “sulla cinquecento rossa a sedere con le gambe di fòri”, ed i racconti del primo apprendistato di Paolo che rispondeva alle ottave stoppando il nastro su cui le aveva registrate.
Durante il concerto serale abbiamo cercato di seguire pienamente la tradizione per mostrarla al pubblico nella sua totalità pur con piccoli assaggi: il contrasto di esordio è stato Il Sole e La Luna, semplice e caratteristico, sviluppato da Pietro e Paolo e di cui voglio riportare l’ultima ottava che contiene un sunto della delicatezza poetica che hanno saputo esprimere:

PIETRO (Luna):
La luna è l’ora di dolci parole
Quando l’amore viene dichiarato
PAOLO (Sole):
se la mattina la pace si vuole
bisogna vede’ un giorno rischiarato
PI:Quando il lavoro ce l’ha troppa mole
Solo la notte cambierà il tuo fato
PA:Ma San Francesco in una sera bruna
disse fratello sol sorella luna.

E mentre i laziali cantavano di amori e chiari di luna sulle loro morbide melodie, ai toscani è toccato misurarsi su un pungente tema di attualità sviluppato in un contrasto fra il discusso ex-governatore del Lazio Marrazzo ed Il Suo Elettore. Altri temi classici hanno trovato spazio nell’auditorium bolognese, come Il Contadino ed il Cittadino e quello inevitabile sulle due regioni di origine dei poeti; ma uno dei piccoli successi della serata è stato riuscire a coinvolgere gli spettatori  locali nell’ iter tipico della scelta dei temi da parte del pubblico attraverso la distribuzione dei tradizionali bigliettini. Fra le proposte degli spettatori, il contrasto La Televisione e La Musa è spiccato particolarmente per l’originalità ma al tempo stesso ha permesso di riagganciarsi al tema tipico del progresso e della tradizione.
Non poteva mancare a questo punto il momento letterario in cui i poeti hanno rivelato quali sono i loro Maestri e raccontato coi versi a memoria il mondo in cui si sono formati; Emilio e Umberto si sono misurati con Dante, mentre Pietro oltre a cantare la prima ottava del Furioso ha voluto spontaneamente omaggiare Bologna con una squisita citazione del Guerrini (“Fiume che scendi giù dal Bolognese/ Fiume dall’acqua cristallina e cheta…”).
Qualche tenera poesia di Benito, tra cui la deliziosa “Porca Miseria”, ed eccoci giunti ai saluti finali. Quelli classici toscani e laziali. Un’ottava a testa, ciaramella e tamburello e una carrellata di terzine. Medea, le Muse, Ulisse e l’Odissea chiamati ripetutamente all’appello nel commiato dei poeti, forse come ringraziamento per aver vegliato anche questa volta per l’intera serata regalando ispirazione ed ottime rime.
Ce l’abbiamo fatta, dico io, che speravo da più di un anno di vedere gli amati poeti nella mia città adottiva. Ce l’abbiamo fatta un’altra volta a portare in gita l’ottava rima e a farla godere e capire. Ce l’ha fatta l’ottava a testimoniare ancora la sua forza comunicativa che dura da secoli e a lasciare un segno anche dove il pane è salato e il vino a tavola è generalmente frizzantino.

Elisabetta Lanfredini

Toscana Folk, n. 14, Aprile 2010.