Aggiornamenti di primavera inoltrata. Istanbul cap. 1 Bis?

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Quasi mi infastidisce la malinconia dei miei post precedenti. Alcuni dei miei racconti della Turchia sono così malinconici da ricordarmi la tristezza delle descrizioni di Pamuk. Tristezza malinconica che non sopporto. Sarà che durante questo nuovo soggiorno a Istanbul sta sparendo quella sensazione di sospensione e disorientamento che avevo i mesi scorsi. 

Sono qui da più di un mese, l’idea era di venire a riprendermi le mie cose e poi tornarmene in Toscana a finire la tesi, ma niente! ho lasciato partire il mio volo Turkish Airlines senza di me e mi aspetta uno scomodo economico volo Pegasus per rientrare in Italia in una data che a oggi non ho ancora deciso.

Sono venuta per partecipare ad un festival nella seconda metà di Aprile, Festival della Musica Improvvisata in cui ho suonato con i miei amici musicisti di qui. Da lì poi tante porte si sono aperte e inviti su inviti sono ancora qua.

La malinconia è sparita perchè mi sento che vivo qui, ho i miei amici, i miei luoghi, i miei progetti musicali e le mie cose da fare. Tornerò in Italia a sbrigare delle cose e poi di nuovo qui, senza incertezze.

Questa volta alloggio da amici nella pate più europea della città e ne vivo il lato più modernamente culturale. Mi imbatto ogni giorno in a gallerie d’arte, antiquari, musei,  festival e concerti di musica improvvisata. Adoro stare qui e andare a studiare nella modernissima biblioteca del Salt, poi uscire e bermi il succo di arancia dal venditore ambulante ad una lira.

Molte cose musicali si stanno muovendo, due giorni fa ho registrato una live session in studio con un trio di amici e non vedo l’ora di sentire il risultato. Per il resto continua la mia esportazione delle canzoni italiane tradizionali in Turchia e finalmente, già passati i trent’anni, sono diventata basker per la prima volta.

Suonare in strada a Istanbul è un’esperienza unica, musicale, umana e antropologica. Sotto la torre di Galata i turisti si mettono in cerchio e applaudono. Alle mie spalle la poesia della torre italiana e mi sembra di essere in un teatro d’opera. Sulla discesa di Tunel, fra i negozi di strumenti musicali e di frutta, i giovani si fermano ad ascoltare e a volte tirano fuori una bottiglia di vodka dalla borsa e ti offrono una bevuta. Le domande sono sempre le stesse: (suono in duo con un violoncellista) che strumento è quello? In che lingua canti? Le stesse domande per tutti, le stesse reazioni cortesi abbattono le differenze sociali. Il proprietario del negozio di vestiti davanti al nostro angolo saluta ogni sera e lascia cadere manciate di spicci nel nostro cappello. Lo spazzino fa aspettare il camion e si ferma allegro ad ascoltare e poi chiede le stesse domande di tutti.

Un capitolo a parte andrebbe adesso aperto per i bambini. I bambini che fanno inchiodare tutta la carovana dei parenti per fermarsi ad ascoltare. Quelli che ti sorridono e poi si nascondono e quelli che arrivano ad un centimetro da noi e rimangono lì come statue di sale.

Primo capitolo dunque di un avventura nuovissima che sfocerà, se il fato non fa scherzi, in un trasferimento vero e proprio in settembre.

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