Gli ombrellini trasparenti e le Türkü Evi. Istanbul cap. 10

(Dai miei appunti di viaggio. Dicembre 2012.)

Pioggia e vento, vento e pioggia, ombrellini trasparenti da 3 lire turche e mezzo che si aggirano avunque per la città. Sono troppo piccoli e poco resistenti ma almeno si vede il cielo attraverso, e anche il mare e i taxi che scivolano sulla strada bagnata.

Su Moda Caddesi il fornaio è sempre aperto, chiude la porta adesso  che è freddo e lavora in cannottiera come un muratore. Mi viene ad aprire la porta, mi sorride e stavolta mi risparma la lista delle squadre di calcio italiane che sa a memoria. Indica il pane che prendo di solito e dice qualcosa che non posso comprendere. Frugo velocemente nel mio piccolo vocabolario mnemonico: “küçük” e mi guardo intorno cercando un pane più piccolo. Questa deliziosa parola apre un mondo alle sue spalle fatto di pane appena sfornato che il mio fornaio prende con le mani e ripone in una grezza busta di plastica – che però chiamano poşet (da leggere alla francese) e solo per questo assume tutta un’altra aria.

Chiedo quanto cosa ma bastava allungare una lira: quel pane non supera mai il prezzo di una lira ma mi va di interagire con il mio poco turco e mettere alla prova la mia comprensione della risposta.

“Elle kuruş”. Perfetto, sono stata fortunata. Capito tutto. Tamam? Tamam. Allungo la stessa lira e prendo i 50 centesimi di resto, saluto e ringrazio come se sapessi la lingua.

Tengo stretto l’ombrellino e il pane caldo al petto come se qualcuno fosse in agguato per rubarmelo, o come una borsa dell’acqua calda, che non ho e non ho mai avuto.

Istanbul mi manca già. Mi manca forte nella pancia.

Questi ultimi giorni le sto appiccicata come un innamorato che sta per partire. Il mio amico curdo dagli occhi chiarissimi ha capito tutto della mia malinconia e mi ha guidata negli angoli più remori di Beyoğlu, scegliendo ogni scorcio con attenzione. Con pazienza abbiamo cercato un posto dove sederci fino a finire in una tipica Türkü Evi nella zona dove ne trovi una ad ogni angolo. Funziona così a Istanbul, le strade sono tematiche per le attività commerciali, così se cerchi un antiquario non devi far altro che imboccare la strada degli antiquari, e se cerchi uno strumento musicale, quella degli strumenti musicali e così via…

Le  Türkü Evi sono i bar che offrono ogni sera concerti di musica tradizionale, sono affollate e piene di fumo: il turco medio di solito nei locali infrange “con educazione” il divieto di fumare facendolo a turno.

Scorrono rakı e canzoni, canzoni e canzoni suonate con passione dai due musicisti con saz e chitarra. Voci bellissime e io sobbalzo ogni volta che conosco una melodia. La gente canta e lascia post-it sul leggio con le richieste musicali, l’aria è di festa e questa musica avvolge tutto compreso i miei pensieri.

Fra qualche giorno si torna in Italia e poi si vedrà. Ho scelto di rompere la routine della mia vita bolognese, ho scelto di partire senza appigli e vedere che succedeva; alcune cose mi chiamano forte in Italia, altre qui, mentre altre ancora mi scacciano da Istanbul. Sta per scadere il terzo mese e con lui il mio visto. Sento il destino che si plasma sui miei rapidi cambiamenti, è un momento di passaggio ma è pieno, pieno di vita.

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