(Post del Primo Maggio.)Rime inedite e censurate: intervista a Benito Mastacchini.

Canta’ il Maggio a noi ci piace,

lo cantiamo da bambini,

perché i vecchi maggerini

son caduti per la pace.

 

Oggi per festeggiare il Primo Maggio voglio postare questo articolo che mi è stato commissionato per i Fogli Volanti dell'ultima Festa della Poesia di Ribolla.
Un'omaggio ad un poeta delicatissimo, uno dei miei nonni acquisiti trovati giù in Maremma che a quest'ora starà proprio girando per quelle terre con un cappello di fiori in testa a cantare rime sulla pace.
Buona lettura.
EL.

 

Rime inedite e censurate: intervista a Benito Mastacchini.
Ritagli e rimasugli da un lavoro di tesi.

 

Nel raccogliere il materiale per il mio lavoro di tesi del 2008, mi rendo conto che si potrebbe scrivere un’interessante storia d’Italia attraverso le ottave di tema politico e di attualità.
Se si volesse cercarle, senza neanche troppa attenzione, non sarebbe difficile mettere insieme un cospicuo numero di rime straripamenti di informazioni e coordinate storiche anche molto precise – con date e nomi di politici e personaggi pubblici – per stilare un’originale antologia di avvenimenti storici attraverso il dispiegarsi dello sguardo critico dei poeti. Oltre alla consultazione del materiale di archivio – dove per archivio si sa, quando si parla di ottava rima si intendono anche le tasche, i taccuini nascosti nei cassetti, ricevute che sul retro nascondono ottave trascritte di fretta – in occasione della ricerca per la tesi ho potuto fare una lunga chiacchierata-intervista con Benito Mastacchini e attingere così all’archivio mnemonico di uno dei più autentici rappresentanti della poesia improvvisata. Un “artista popolare” dalla sensibilità spiccata e raffinata, attento ai meccanismi sociali e sempre all’erta a ciò che accade nel mondo. Arrivo a Suvereto da Benito ché sto cercando di capire il ruolo storico dell’ottava rima nella comunicazione comunitaria; sto cercando “una prova” del suo potenziale comunicativo nel continuo incontro con censure e restrizioni. Mi interessa il periodo fascista con la complicata strumentalizzazione applicata all’ottava rima e tutto il periodo immediatamente seguente. Benito porta con sé un nome che è già una storia di censura e costrizione; un nome imposto che fu la salvezza del padre dalle botte (“uno schiaffo e una pedata….uno schiaffo e una pedata…”) che prendeva ogni giorno quando scendeva in paese. Nasce nel ‘29 e in qualche modo si dispiace all’inizio dell’intervista di essere “troppo giovane” per poter raccontare “storie fasciste” se non attraverso i ricordi di un fanciullo. Non ha importanza: i ricordi del Maggio cantato durante il conflitto mondiale e le storie del dopoguerra che piano piano comincia a snocciolare fra i racconti sembrano fare al caso mio. Benito il Maggio comincia a cantarlo da ragazzino e lo continua a cantare anche dopo la guerra – sino a oggi – quando comincia anche a scrivere quartine e ottave di suo pugno.
C’era anche qualcuno che era fascista ma i poeti, quasi tutti, il 90 per cento erano contro il fascismo.


…per il Maggio guai! Guai cantare ottave sovversive al regime che c’era! S’andava
clandestinamente da una casa e l’altra, quando si sapeva che in una famiglia c’era un fascista si
passava di lungo…Una volta a Castagneto Carducci, c’era una squadra di maggerini che trovò un
posto di blocco e gli chiesero in dove andavano, e loro: -si va a canta’ il Maggio.
-E’ proibito il Maggio, tornate a casa che sennò sono legnate!
Una volta s’arriva da una famiglia, cominciano a sonare, cominciano a cantare e poi ci dicano:
– fermi tutti! Qui non si può cantare!
Aveva avuto ordine lui…o dal padrone o chi per esso di non riceve nessuno perché dice:
-questi vengano a fa’ la politica antifascista…
Ne sono capitati di questi fattarelli…anche troppi.

Il primo Maggio che ho scritto era subito dopo guerra, avevo quindici-sedici anni, dice:

Canta’ il Maggio a noi ci piace,
lo cantiamo da bambini,
perché i vecchi maggerini
son caduti per la pace.

Sfogliando la nostra antologia rimaniamo adesso nell’immediato dopoguerra dove ci ha condotti Benito con la sua quartina d’esordio. Il regime è caduto ma l’argomento è ancora delicato. Benché tanto si parli del fascismo e della guerra, aleggia ancora sulla libertà di parola dei poeti un’ombra di censura: politica e morale.

– Pubblicava anche i fogli volanti?
– Si, subito dopo guerra. Tanto è vero che c’ho una storia che non è mai stata pubblicata.
La storia “Padre e Figlio”…me la censurarono. Parla del rapporto fra un padre e il figlio….il padre era stato fascista…e il figliolo no. Il commissario a Piombino mi disse che era troppo offensiva. Dice così:
(prime due ottave)

Figlio:

Padre da me godeste brutta stima
con codesto vestire tanto nero
spero tre giorni o se no prima
che ti faccia morire per davvero
e voi dal fondo ed io sull’alta cima
sul vostro corpo dentro un cimitero

ci faccio scalpellar un marmo quadro

e qui ci scrivo qui ci dorme un ladro.

Padre:
O amato figlio nobile e leggiadro
Spero m’accolgan nel regno celeste
Fui galantuomo e non feci il ladro
E vissi sempre da persona oneste
Quando arrivo mi mettano nel quadro
e al paradiso mi faran gran feste
godrò quelle dolcezze senza scherno
in braccia a Giuda a Cristo o al Padre Eterno

Questo episodio non rimase isolato: il Commissario di Piombino non dette l’autorizzazione neancheper la diffusione  del poemetto “Critica Politica”, pubblicato in parte in un recente libro dedicato a Mastacchini. Anche “Trenta Contadini Organizzati” rimase nascosto e inedito: Benito scrisse questo poemetto insieme al poeta Giuseppe Pagani di Grosseto che con lui girava a cantare per fiere e mercati.La storia è perfetta per la nostra antologia: una cronaca in rima come si usava ai tempi con tanto di lista dei nomi dei protagonisti. Il poemetto apre una finestra narrativa sulla questione delle organizzazioni contadine nel dopoguerra. Un racconto “epico” sulla rivendicazione dei diritti dei lavoratori agrari; Benito aveva 18 anni e faceva anche lui parte della Lega dei Contadini. Lo pubblichiamo oggi nella sua interezza, trascritto dalla diretta voce di Benito: l’unica forma in cui era reperibile fino a adesso.

Un omaggio ad un poeta squisito e alla sua libertà di pensiero.

I
Se il talento poetico mi assiste
Con rime giuste e versi sopraffini
Io canterò di quant’oggi ne esiste
L’adunanza dei trenta contadini.
Eran segnati tutti nelle liste
per far consiglio in casa de’ Nardini
eran Guido Bastiano e Pasqualone
e tutti gli altri a fa’ molta attenzione.
III
E pur se lo si guarda il monte e il piano
Che tutto quanto noi si fa fruttare
Ci fa spargere sale e rame invano
E poi mezza parte ce la fa pagare.
Altre tasse ci son da mano a mano
Che ci fanno assai più ben sospirare
Pien di pensieri a logorarsi la testa
Poi in fondo all’anno poco o nulla resta.
Padre:
O amato figlio nobile e leggiadro
Spero m’accolgan nel regno celeste
Fui galantuomo e non feci il ladro
E vissi sempre da persona oneste
Quando arrivo mi mettano nel quadro
e al paradiso mi faran gran feste
godrò quelle dolcezze senza scherno
in braccia a Giuda a Cristo o al Padre Eterno
II
Incomincia la grande discussione
dicendo Guido “Cari miei compagni,
noi si lavora tutta la stagione
e non si vedon mai i nostri guardagni,
quando s’arriva ai saldi col padrone
a forza di sospiri pene e lagni
ci tira i conti di sua propria mano
ci resta sempre da pagagli il grano”
IV
Allora Gino coll’idea più desta
Disse: “dobbiamo riforma’ un pensiero
Senza indugiare facciamo alla lesta,
Andiamo dal padrone per davvero
A dirgli -Sor padron non piace questa,
Lo vedi si lavora un anno intero
e dopo non da a noi quel che abbisogna
ci dica un po’ se non gli fa vergogna?-”
V
Risponde Pasqualon quella carogna:
“Domani vado a trovarlo al palazzo
Se non acconsentirà come abbisogna
Comincerò per mio farmi da pazzo.”
Bravo Pasquale, la tua testa ‘un sogna
Dissero: “vai, sei un bravo ragazzo
Di pensieri e compagni ti saremo
Se non ti accorda sciopero faremo.”
VII
Lui gli risponde “Sì, è a colazione
Salite pure senza aver riguardo
Allor per ispiegar la sua ragione
Sale le scale e non facea ritardo
Giunto in salotto saluta il padrone
E lui sul contadin volge lo sguardo
A seria faccia “che cosa vuol lei?”
Disse Pasquale “parlare con lei”.
IX
“Pasquale non parla’ da prepotente
Se no ti do licenza dal podere
Le tasse che io t’impongo certamente
Per qual motivo lo dovrai sapere
Bada a non far il furbo violente
Che son tassato anche io più del dovere
E per farla più corta in casa mia
Se ti piace è così se no va’ via.”
XI
“Non crede’ Pasqualone mi sgomenti
Che chi è padrone non perisce mai
Se tu vai via ce ne viene venti
A chiedermi il podere lo vedrai.
Un giorno poi verrà che te ne penti
Quando a pigione ti ritroverai
Io l’usanza di novo ci rimetto
Se tu va’ via un altro ce lo metto.”
XIII
Allora Carlo Antonio e Fortunato
Pietro Giavanni Girolamo e Modesto
Arturo Valentino con Renato
Meo Guerino Salvatore e Ernesto
Santi Tito Francesco con Donato
Linto Gano ‘Drea per far più presto
Oreste Gigi Stefano e Geppone
Fiore Lorenzo Gino e Cesarone
XV
E li fece passar dentro il locale
“O contadino cosa c’è di nuovo?”
“Noi siamo dell’idea di Pasquale
Di lasciar vacche, buoi, podere e giovo”
Il padrone risponde naturale:
“State sotto di me questo vi approvo
Le spese che ci sono annualmente
Le pago io voi non pensate a niente”
VI
La mattina di poi giunta all’estremo
Pasqualone partì severamente
Per la strada diceva: “non temo”
Giunto al palazzo bussa col battente
Si affaccia il servitore detto Demo
Un omo allegro con faccia ridente
Dicendogli “Buongiorno Pasqualone”
Lui fa domando se c’era il padrone.
VIII
Incomincia a parlare, dicendo “lei,
senta padrone” diceva pasquale
“noi siamo trenta sottoposti a lei,
se l’uno soffre e l’altro sta male
lei fa dei pranzi e passa giorni bei
l’ore nell’ozio a leggere il giornale
a noi impone le tasse giornalmente,
si arriva in fondo e non ci resta niente”
X
Pasquale allora pien di bizzarria
Disse: “così non vo’ più lavorare
Per mantene’ sua grande signoria
E la famiglia mia sta a sospirare
Dunque arrivederlo, vado via
Lei faccia pure un po’ come gli pare
Prima resti fra i debiti e gli stenti
Io vado a lavora’ per altri venti.”
XII
“Padrone lo vedrà sarà costretto
A condiscende’ nei giusti doveri
Se non leva le tasse gli prometto
Che i contadini lasciano i poderi.
Addio padrone basti quel che ho detto
Sono pronti i compagni di mestieri”
E appena a casa lui ci fu arrivato
Racconta a tutti gli altri il risultato
XIV
E tutti uniti insieme a Pasqualone
Circa le dieci avanti e mezzogiorno
Direttamente vanno dal padrone
Onestamente senza dare scorno
Il ministro affacciato era al balcone
Li vide i contadini tutti intorno
Tutti unito in mezzo al piazziale
Disse il padron “me la vedo male”
XVI
Dunque avete sentito grata gente
Di questi contadini organizzati
Si risolve la parte conoscente
Hanno ottenuto e non so più tassati.
Vivano in pace lieti allegramente
Dentro i suoi campi a coltiva’ i su’ prati
E così del sudor trovano i frutti
Questo ci basti per lezione a tutti.

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