œFiume che scendi giù dal Bolognese€. Ottave. Pensieri retrospettivi 2.

Settembre corre forte e a Bologna molte cose fervono e si preparano per la stagione nuova.
Un po' di silenzio per occuparmi ancora un po' dei mie poeti che non vedo da parecchi mesi ma che penso sempre. Tra poco ci vorrà un nuovo peregrinaggio in Maremma ma per adesso mi accontento di sfogliare pagine di rime popolari e pensare a cosa potrei cercare e trovare nella mia prossima discesa in Toscana.
In questi giorni metto in ordine i vecchi libri, gli opuscoli e i fogli volanti. Avevo dimenticato di postare il secondo articolo che ho scritto sulla gita dei poeti estemporanei a Bologna, ormai quasi un anno fa. Mi chiese di scriverlo Corrado Barontini per il plico di fogli volanti che ogni anno vengono stampati in occasione della festa di Ribolla, una sorta di piccolo aggiornamento suglii ultimi eventi e ricerche relativi all'ottava rima.
Con molte malinconie ve lo copio di seguito.

 “Fiume che scendi giù dal Bolognese”
 Ottave a Bologna. ‘Suoni dal Mondo’ 2009.

Appaiono timidi i poeti estemporanei. Stretti fra loro, li vedi scambiarsi poche parole in piedi con le mani in tasca nei pantaloni di velluto. Mani ruvide da grandi lavoratori, si scrutano attorno con sguardi curiosi da poeti. A Bologna li aspettavamo con ansia.
Sono sbarcati tutti insieme il 6 Novembre 2009  nel grande piazzale di Via Azzo Gardino salutandosi da fratelli; li ha accompagnati in trasferta un capitano d’eccezione che non poteva essere che Domenico Gamberi. Ancora lui. Lo stesso che, a capo dell’Associazione Culturale “Sergio Lampis – Improvvisar Cantando”, dei poeti ha fatto una famiglia e non fa che cucire rapporti e far la guardia anche di notte al fuoco ancora acceso della tradizione del canto a braccio.
Bologna la vecchia, non ha familiarità col canto improvvisato, ma annualmente è ospite e spettatrice di alcune fra le più ricercate tradizioni popolari musicali a livello internazionale che il Festival “Suoni dal Mondo” le offre ormai da vent’anni. La direzione artistica da alcune edizioni è curata da Nico Staiti, etnomusicologo e docente universitario, che ha fortemente spinto per far tornare gli improvvisatori a cantare a Bologna. Sono passati quasi quindici anni dalla famosa lezione tenuta da Altamante Logli con Francesco Guccini nel ’95 presso l’ Ateneo bolognese ed era tempo che l’ottava tornasse in città.
Benito Mastacchini da Suvereto (LI), Emilio Meliani da Santa Maria a Monte (PI), Umberto Lozzi dalla macchia maremmana, Paolo Santini da Favischio (RI) e Pietro De Acutis da Bacugno (RI) vengono chiamati all’appello. La squadra è pronta ed è invincibile. Chi manca? Qualcuno abile ad intrecciare fili che con poche efficaci parole tessa gli interventi dei poeti, appassioni il pubblico all’ottava e lo accompagni nella comprensione della tradizione. Antonello Ricci. Lo chiamo. Accetta subito.
Il Festival organizza anche un incontro pomeridiano con il pubblico bolognese presso il centro anziani vicino all’auditorium dove i poeti si esibiranno alla sera. C’è un lungo tavolo e sedie di plastica. Vecchi quadri. Un bar alla mano al piano di sotto. Partecipano gli anziani del centro, studenti e curiosi. Gente simpatica. Forse è solo un’idea ma questo posto ha qualcosa che ricorda la sala ARCI di Ribolla. Sarà di buon auspicio.
Gli improvvisatori si siedono e si raccontano. Pochi sorrisi e si rompe il ghiaccio. Discorsi sull’essenza della poesia a braccio e su questo misterioso essere vati: “Ogni poeta canta per il bene dell’umanità” (Benito). Si raccontano storie di ottave cantate in risposta ad un nastro registrato e delle prime emozionanti rime improvvisate in pubblico davanti ai propri maestri; storie che sono già poesia in sé. In versi ci si prende in giro sulle diverse provenienze geografiche. Un classico: “Di esse’ un gran poeta un lo pretendo / Ma il mio suolo toscano e lo difendo” (Puntura).
Qualche domanda, qualcuno del pubblico si commuove, applausi e poi alla sera.

Una serata forse un poco strana
Non si canta nell’ambiente consueto
Ma un pubblico c’è qui che ti risana
Ti fa sentire forse d’alto ceto.
A volte questa rima sembra vana
E senti dentro qualche cosa inquieto
Ma questo affetto che ci va lontano
Quest’attenzione ci prede per mano.

Così con voce profonda e delicata al modo tipico dei laziali, Pietro esordisce con la prima ottava di saluto della serata. Quell’aspetto timido e riservato dei poeti si scioglie presto in scorrevole poesia.
L’iter dell’esibizione è quello classico, rodato certo, ma mai scontato quando si è in trasferta. Si susseguono alcuni contrasti su temi tradizionali come Il Sole e La Luna, sul quale i due ospiti laziali ricamano immagini raffinate. La scelta del tema di attualità cade sul caso Marrazzo che viene interpretato da Emilio e Benito in un contrasto tagliente ed animato: “Mi so’ dimesso, c’ho la mia vergogna / Qualcun altri di farlo non si sogna. ” (Emilio).
Intanto le mani escono dalle tasche e adesso disegnano ampi gesti decisi. I silenzi si trasformano in necessità, ormai è la Musa che guida: Benito di sua iniziativa regala al pubblico alcune sue poesie recitate a memoria, mentre Pietro vuole omaggiare Bologna cantando un’ottava del Guerrini: “Fiume che scendi giù dal Bolognese/ Fiume dall’acqua cristallina e cheta / O caro fiumicel del mio paese / Tu sol m’hai fatto diventar poeta…”
“Come va?” Chiede spesso il Ricci al pubblico e con premura lo accompagna per mano ad immergersi nelle letture care ai poeti. Puntura ed Emilio recitano Dante, e via all’impazzata terzine e terzine a memoria mentre Pietro orna di note le imprese del Furioso.
Compaiono bigliettini bianchi. Come da tradizione tocca al pubblico scegliere i temi dei contrasti; ci vogliamo provare anche in Emilia Romagna. Gli spettatori sono divertiti dalla proposta e s’immergono nel gioco; sottovoce si chiedono in prestito penne e matite e stanno lì a pensare, attenti a non farsi rubare l’idea dal vicino.  Funziona. Vengono proposti moltissimi contrasti validi fra i quali scegliamo La Musa e La Televisione, quello più adatto che permette di agganciare il tema del progresso e della tradizione. Paolo e Benito si guardano intorno e fra di loro. Qualcuno dovrà cedere l’amata Musa al compagno: “Io sono un vecchio n’avrà compassione / Allora prendo la televisione”(Benito).
Applausi, risate.
“Ormai siamo arrivati proprio in cima /  Credo che finito sia quel bel clima”(Emilio).
Restano solo i saluti. In ottava al modo dei toscani seguiti da una carrellata di terzine come si usa in Alta Sabina. Con ciaramella e tamburello i laziali si apprestano a chiudere la serata in gran festa. Pietro gonfia il suo strumento di pelle e soffia forte.

Eri una pecorella lassù in montagna
E mo sei diventata una zampogna
Da viva, mamma mia, eri una lagna,
stasera invece suoni qui a Bologna

È facile cantar pel cantatore
Guardatelo però chi sta a sonare
È diventato come un compressore.
(Paolo)

Sembra di stare a casa. Il pubblico è felice. Nico in prima fila sorride sotto i baffi. Domenico filma fino all’ultimo secondo con la sua telecamerina.
Con questa collaborazione si è creato un ponte d’acciaio attraverso l’Appeninno che unisce decisi appassionati e custodi delle tradizioni popolari, di quelle cose vere che si formano spontaneamente fra la gente e che vanno conservate come si deve.  L’ottava poi, a guardarla bene, sembra sempre meno decisa a lasciarsi sopraffare dall’era digitale e invece sempre più dotata di una certa capacità di aprirsi oltre i soliti confini geografici. Il viaggio le si addice, la ringiovanisce e la rivela senza età.

Elisabetta Lanfredini

 

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